giovedì 15 novembre 2018

Leone, il bambino che spezza l'incantesimo


Intorno ai bambini “il cristianesimo — la forza che ha sorretto e reso grande la nostra civiltà — non esiste più. E non esiste perché il sacro è stato divorato a grandi morsi fuori e dentro la chiesa, e quello che rimane spesso non è altro che una vestigia identitaria nostalgica o un abito esterno che si indossa per tradizioni sociali. Il cattolicesimo non viene più visto come una chiave di lettura del mondo ma, nel migliore dei casi, come una succursale dei servizi sociali o di qualche laica Ong”. 
Così Susanna Tamaro sul Corriere della sera del 12 ottobre descrive il contesto nel quale vive anche Leone, il protagonista dell’ultimo romanzo di Paola Mastrocola pubblicato da Einaudi, in libreria dal 16 ottobre.


Mastrocola, classe 1956, torinese con padre abruzzese, ha cominciato a scrivere nel 1977; si è laureata in Lettere nel 1980 e a lungo ha alternato la sua attività di scrittrice con l’insegnamento scolastico e la ricerca universitaria nel campo degli studi italianistici, fino a dedicarsi alla scrittura full time e con notevole produttività.


Rispetto alla rappresentazione politicamente corretta della nostra società e ai suoi miti progressisti non è certo la prima volta che racconta storie controcorrente, e con protagonisti davvero imperdonabili. E neppure si è sottratta a dichiarazioni pubbliche scomode, specialmente sul tema della scuola, sottofondo del suo romanzo Una barca nel bosco (premio Super Campiello 2004), in cui aveva affrontato di petto il nodo della dequalificazione dell’insegnamento. E’ la storia di Gaspare Torrente, un ragazzo che si trasferisce al Nord per frequentare un Liceo adeguato al suo grande talento per gli studi e alle sue aspirazioni, ma incontra la derisione dei compagni e la mediocrità degli insegnanti, nella cornice di un sistema scolastico che punta sempre più verso il basso e ignora i migliori: tema che ritorna nel pamphlet La scuola raccontata al mio cane, sempre del 2004.

Tre anni dopo, con Più lontana della luna, è la volta di una ragazza degli anni 70 che, invece di partecipare al movimento studentesco, insegue l’amore ideale vagheggiato nella poesia cavalleresca. 
Nel 2013 va in scena la fuga dalla palude accademica: in Non so niente di te un ragazzo ventottenne avviato a una brillante carriera di economista di colpo abbandona gli studi; per tre anni finge di fare un dottorato e invece si rifugia nella campagna inglese a pascolare pecore, per poter studiare meglio, fuori dal clima competitivo e utilitarista dell’università di oggi.

Leone è un altro imperdonabile, ma cambia lo spartito. La madre -Katia- è una normale nostra contemporanea: separata, lavora in un supermercato, ha ricevuto una dimenticata e rimossa mezza educazione cattolica, e vive il suo trantran abbastanza infelice senza aperture e senza domande sul trascendente: si è pure sposata in chiesa, ma né lei né l’ex marito hanno attribuito una qualche importanza all'evento.  Vive con il figlio di sei anni in un paese ormai trasformato in periferia di una grande metropoli: un paesaggio perfetto per il quadro della scristianizzazione light, in cui la religione è personalmente e socialmente insignificante, senza che ci sia neppure un’ostilità dichiarata. Non c’è la religione, non c’è neppure il problema, tutto è anestetizzato. 

Ed è in questo contesto che accade l’evento imprevisto, quello che mette a soqquadro il trantran, potremmo quasi dire l'esorcismo che mette in fuga l'incantesimo dell'ottundimento post-cristiano.


Katia un giorno si accorge che di tanto in tanto Leone all'improvviso si mette a pregare; e non recita preghiere generiche o vagamente new age, ma proprio quelle della tradizione cristiano-cattolica: Padre nostro, Ave Maria, Angelo di Dio e -incredibile-  anche il Credo mandato a memoria. Comincia un’accorata ricerca dell'origine di questa stranezza; Katia a un certo punto viene anche convocata a scuola, dove la maestra e la preside emettono la sentenza: «Suo figlio che prega, esula». Come dice l'autrice, con una espressione che non è sfuggita all'acuto Riccardo Ruggeri «esula deriva da esilio, a noi gli esuli piacciono solo esotici, non quelli nostrani».
Katia cerca aiuto nell'ex marito, nelle colleghe, ma nessuno capisce fino in fondo il suo disagio e la sua paura per la derisione e l’emarginazione sociale a cui va incontro il bambino. A un certo punto la verità viene a galla, e si scopre che Leone semplicemente ha imparato le preghiere dalla nonna a cui era molto affezionato e ha cominciato a recitarle da solo dopo la sua morte. 
La vicenda si srotola trovando man mano una sua spiegazione abbastanza verosimile, ma nell'insieme la storia conserva il sapore di una fiaba metropolitana nel tempo della nostra distratta contemporaneità.
Il finale, quasi una parabola, lo lascio ai lettori, che spero saranno numerosi.

(Pubblicato senza link ipertestuali e col titolo Signora, suo figlio che prega, esula sull'Occidentale del 13 novembre)

venerdì 9 novembre 2018

Il centrodestra ci prova in Toscana. Con il "patto della bistecca"


In Toscana i contendenti si stanno riscaldando per la battaglia delle elezioni regionali.
Per la verità alcuni anni fa -quelli del mitico 40%- il centrodestra fu vicino alla possibilità di giocarsi la partita della conquista della Regione. Ma da più parti si sospetta – e si dice- che in sostanza ci rinunciò per accordi e spartizioni di influenze (e convenienze) ai vertici. Di fatto, al di là dei retroscena, è vero che una battaglia vera, fatta con convinzione e con tutte le armi lecite, non fu combattuta, e cominciarono gli anni del declino, quando anche le città governate dal centrodestra (Lucca, Prato, Grosseto, Arezzo) e conquistate durante gli anni “mitici” caddero una ad una.
I primi segnali di una nuova svolta si ebbero con la vittoria di Antonfrancesco Vivarelli Colonna a Grosseto e di Alessandro Ghinelli ad Arezzo. Poi, come una valanga sospinta dal crescente consenso della Lega, dopo le clamorose ed emblematiche vittorie di Susanna Ceccardi nella rossissima Cascina, di Silvia Chiassai nella boschiana Montevarchi, è stata la volta di Pistoia, Pisa, Siena e Massa. Lucca è stata persa per un pugno di voti, su cui hanno pesato anche divisioni e frammentazioni sul versante moderato della coalizione. Intanto anche Livorno e Carrara sfuggivano al PD e venivano conquistate dai 5Stelle. 

In pochi anni la Toscana ha cambiato decisamente i colori di fondo del suo panorama politico. Adesso si attende con una certa apprensione il 2019, con la competizione per il Comune di Firenze e con la madre di tutte le battaglie, quella per il governo della Regione.
I presupposti per giocarsela e vincere ci sono tutti, ma fino ad ora il quadro delle alleanze non era stato indicato diciamo così con sicurezza adamantina. Perciò si deve registrare con molto interesse il fatto che, per iniziativa della Ceccardi, tutti i sindaci dei capoluoghi provinciali (Vivarelli Colonna di Grosseto, Alessandro Ghinelli di Arezzo, Luigi De Mossi di Siena, Francesco Persiani di Massa, Michele Conti di Pisa e AlessandroTomasi di Pistoia) si siano ritrovati a un tavolo del Giglio Rosso a Firenze, per concordare le linee dell’azione di governo e per darsi una piattaforma di alleanze in vista delle regionali. L’iniziativa (il cosiddetto “patto della bistecca”) ha suscitato pure qualche mugugno nei confronti del protagonismo leghista, se si deve dare retta alle notizie riportate sul Corriere Fiorentino del 4 novembre:Alla cena tutti sindaci civici vicini a questo o a quel partito del centrodestra, tranne Tomasi, alfiere di FdI, che ne spiega il senso: «Lo progettavamo da molto. Ci siamo visti per scambiarci le buone pratiche, per mettere in piedi una discussione dove si parlasse la stessa lingua, quella delle amministrazioni. Per conoscerci meglio e per preparare delle tattiche concordate. Ci tengo a dire che non vogliamo scavalcare i partiti — precisa Tomasi — che comunque faranno il loro lavoro in sinergia con noi nei prossimi mesi». Il sindaco pistoiese pare mettere le mani avanti per allontanare la polemica, ma l’iniziativa dei sette amministratori non è ovviamente passata inosservata”. 

Al di là delle polemiche e dei sospetti, che si spera non abbiano motivo per avere spazio nelle prossime scadenze elettorali, Vivarelli Colonna - vulcanico e carico di entusiasmo, come al solito-  ha riassunto bene il senso della serata: “Abbiamo creato un gruppo che da adesso in poi si riunirà con scadenze regolari, perché questa è una squadra coesa in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, sia per i rinnovi dei consigli comunali che per il consiglio regionale. Appuntamenti ai quali arriveremo con un centrodestra compatto”. E ancora: “Al Giglio Rosso una nuova energia prende vita #noimuroinvalicabile”.

(Pubblicato  con altro titolo e senza link ipertestuali su l'Occidentale del 9-11-2018)

mercoledì 7 novembre 2018

Più rispetto per le donne. Ma anche per la cucina


Non ha fatto il giro del mondo web e non ha provocato subito le infinite catene di santantonio su Facebook, con la massiccia ondata di sdegno che ci sarebbe stata a parti (politiche) invertite.
Tuttavia al senatore Mario Laus del PD, rivolgendosi alla sua collega 5stelle Alessandra Maiorino, gli è proprio scappata così: “Vai in cucina”. Indubbiamente il Laus è inciampato di brutto, ma sta godendo di un po’ di sconti di routine, giacché comunque è schierato tra i “buoni” e non fa parte della feccia sessista, omofoba, razzista ecc. ecc. che ha preso maleducatamente il potere.
E dunque bene, anzi benissimo hanno fatto le senatrici della Lega a sottolineare che “la pochezza dell'epiteto tradisce altrettanta pochezza culturale e stupisce provenga da una parte politica che costantemente si professa vicina alle donne e alla loro condizione” e ad auspicare “che vengano presi gli opportuni provvedimenti sanzionatori, che non risarciscono la senatrice della sciocca e puerile offesa, ma che inviino ai cittadini un segnale chiaro ed inequivocabile: la donna merita rispetto e cortesia in Senato come per le nostre strade”.
Magari ci sarebbe solo da aggiungere che il comunicato mostra una certa smemoratezza riguardo a un episodio analogo che poco più di un mese fa ebbe come protagonista il sottosegretario leghista Massimo Bitonci, che si lasciò andare a un invito analogo nei confronti dell’esponente di Forza Italia Lara Comi. E’ vero che il fatidico invito maschilista non risuonò nella solenne aula di Palazzo Madama, ma nel corso di una trasmissione televisiva. Ma insomma….

Dato a Cesare ciò che è di Cesare, resterebbe però aperto un altro fronte, sul quale si deve assolutamente auspicare un intervento dei vari Cracco, Vissani e Colonna, e magari un’energica presa di posizione dell’Accademia Italiana della cucina: questi maschilisti intemperanti che sotto sotto ritengono che le donne non si debbano occupare di politica, ecco quando la smetteranno di indicare la cucina come il regno dell’incompetenza, il sinonimo del destino servile e accudente della femmina del loro branco?
Allora, maschilismo per maschilismo, insulto per insulto, beceraggine per beceraggine, non sarebbe molto più pertinente l’icastico “alla ‘onca” e "all'acquaio", mansione a cui nella più paludata tradizione popolare toscana e labronica in specie si immaginava destinata la donna che mettesse il becco e il naso fuori del suo ristretto campo di competenza?


(Pubblicato, con titolo diverso,lievi differenze e senza link ipertestuali su l'Occidentale del 6-11-2018)

martedì 30 ottobre 2018

Per il Gattopardo un compleanno senza festa?


Sessanta anni fa, nel novembre del 1958, in casa Feltrinelli vide la luce Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa.
E’ noto che la nascita editoriale di quello che sarà poi considerato un capolavoro della letteratura italiana ebbe un percorso molto tormentato. Il romanzo non corrispondeva ai canoni del “culturalmente corretto” allora (allora?) imperante, e il manoscritto fu respinto al mittente e giudicato non pubblicabile sia da Mondadori sia da Einaudi, in ambedue i casi con la regia di Elio Vittorini.  La vicenda non fu così lineare come è abitualmente sintetizzata, ma nella sostanza ci fu un giudizio negativo non solo sullo stile (un po’ vecchiotto, ottocentesco) ma anche -e soprattutto- sul contenuto: poco gradito il personaggio dell’aristocratico disincantato, poco edificante lo sfondo dell’annessione del Sud vista come eterno ritorno dei furbi e affermazione del predominio politico delle “iene” e degli “sciacalli”. Insomma, c’era una serie di elementi scandalosi che conferivano all'opera un’inquietante aura di destra. In un’intervista al Giorno Vittorini ribadì questo giudizio anche dopo la fortunata pubblicazione del romanzo, e non se ne discostò mai neppure in seguito. Sostanzialmente dello stesso tenore furono i giudizi di tutto il milieu culturale di sinistra: per fare qualche nome, Palmiro Togliatti, Mario Alicata, Umberto Eco, Gianfranco Contini.
Fatto sta che Tomasi non ebbe la soddisfazione di vedere Il Gattopardo diventare libro a stampa. Morì nel luglio del 1957, e aveva ricevuto da poco la lettera col secondo rifiuto di Vittorini.

Per una serie di passaggi di straordinaria casualità, all'inizio del 1958 il manoscritto finì nelle mani di Elena Croce, che lo segnalò a Giorgio Bassani, da poco direttore della collana I Contemporanei di Feltrinelli. Bassani ne capì subito l’enorme valore letterario e ne curò personalmente la prima edizione, che apparve con la sua prefazione. 
L’anno dopo Il Gattopardo vinse il premio Strega, e divenne un caso letterario internazionale: tradotto in moltissime lingue, compreso il russo, il polacco e perfino il coreano, la sua fama fu poi amplificata dall'indimenticabile film di Luchino Visconti del 1963, interpretato dagli indimenticabili Burt Lancaster, Claudia Cardinale e Alain Delon.



Per inciso, nonostante la sua collocazione politico-culturale - o forse proprio per una certa vena non conformista nei confronti dei dettami dell’ortodossia di partito che già si andava delineando -  nel 1957 Feltrinelli aveva piazzato un altro grande goal editoriale, sempre pescando in qualche modo nelle acque del politicamente scorretto. Mi riferisco all'avventurosa pubblicazione in prima mondiale del Dottor Zivago di Pasternak: altra vicenda personale, addirittura una grande storia d’amore sullo sfondo della rivoluzione comunista, per giunta non vista con particolare entusiasmo, anzi semmai guardata con una certa dose di diffidente distacco. Difatti il manoscritto era stato rifiutato dalla rivista Novyj Mir nel 1956, e la qualifica di “reazionario” attribuita all'autore ne impedì la pubblicazione in URSS fino al 1988.

Anche Zivago, per cui Pasternak ricevette il Nobel nel 1958, dal 1965 beneficiò del moltiplicatore del cinema e della bellezza dei protagonisti Zivago/Omar Sharif e Lara/Julie Christie. Moltiplicatore nel moltiplicatore fu la colonna sonora del Tema di Lara, sulle cui note hanno sognato – e anche pianto-  innumerevoli schiere di innamorati.

Questi due grandi successi letterari di Feltrinelli sono certamente la prova di un grandissimo fiuto imprenditoriale, ma anche di una apertura atipica nel panorama culturale italiano, dominato dalle prescrizioni dell’ortodossia comunista, lukacsiana o gramsciana che fosse.

A lato mi piace aggiungere anche un terzo caso assai meno noto, che riguarda un buon autore, anche se di livello e di fortuna letteraria imparagonabili. In anni in cui il Risorgimento era ancora tutto avvolto da una narrazione prevalentemente agiografica (siamo nel 1963), Feltrinelli pubblicò L’eredità della priora, di CarloAlianello, un romanzo antirisorgimentale di orgogliosa rivendicazione sudista, che poi nel 1980 divenne il soggetto di uno sceneggiato della RAI diretto da Anton Giulio Majano.
E’ vero che in questo caso si avvertiva nell'aria l’eco della guerra di Algeria, e la guerriglia antiunitaria dei briganti cari ad Alianello cominciava a suscitare simpatie retrospettive nella sinistra più guerrillera. Ma Terroni di Pino Aprile era ancora sideralmente lontano, e la versione di Alianello comunque contrastava con la vulgata prevalente.
Negli anni successivi la passione guerrigliera dopo Giangiacomo Feltrinelli andò crescendo, fino a che non morì in circostanze tragiche, ossia mentre muniva di esplosivo un traliccio. Dopo la sua morte la casa editrice fu gestita con notevole spirito imprenditoriale e commerciale dalla moglie Inge, che è venuta a mancare poco tempo fa. E una certa vena anticonformista -attenuata, molto attenuata-  negli anni non è scomparsa del tutto. 
E adesso che succede?
Succede che il 18 ottobre in un’intervista sul Messaggero Gioacchino Lanza Tomasi, figlio dello scrittore, ad oggi non smentito, afferma che in pratica Feltrinelli nasconde i sessant'anni del Gattopardo, e non vuole ricordarlo con una adeguata festa di compleanno.
«Sono portato a pensare che Feltrinelli non celebri i 60 di questo libro, celebrato in tutto il mondo, per una sorta di resistenza pratica. Perché loro credono che può ancora esistere una letteratura pedagogica di sinistra, e che funzioni soltanto quella. Il Gattopardo, che alla Feltrinelli ha dato successo e denaro, non rientra in questo schema. E del resto, è un libro terribile. È l'opera di uno scettico, non di un progressista mainstream».
….
«Il libro è uscito il 28 ottobre del 58. E secondo me c'è ancora, in un certo mondo culturale, quell'impostazione che allora fu data da due personaggi del calibro di Contini ed Eco. Che dicevano: il Gattopardo è una volgarizzazione di Proust. E in Carlo Feltrinelli, figlio di Giangiacomo e Inge, credo pesi ancora il pregiudizio di Vittorini sulla presunta non modernità di questo libro. La questione del pregiudizio sul Gattopardo non è mai stata superata. Anche se un grande intellettuale, Edward Said, il celebre autore di Orientalismo, ha fatto un saggio in cui sostiene che gli italiani sono stati il popolo dello spirito laico. Prima Lucrezio con il De rerum natura, poi Vico, poi Gramsci, poi Lampedusa. L'illuminismo di Lampedusa, aggiungo io, andrebbe celebrato in Italia come lo celebrano all'estero
».

All'intervista l'editore risponde a stretto giro di posta,  ribadendo l'importanza e la centralità del Gattopardo nella storia della Feltrinelli. Ma in sostanza resta il fatto che la festa non s'ha da fare.
Insomma, a meno di ripensamenti, succede che il conformismo retrospettivamente ha vinto la sua battaglia in casa Feltrinelli, prendendosi la rivincita sulle vecchie infrazioni all'ordine costituito?
Ma l’episodio, di per sé già molto spiacevole, stimola una domanda più ampia: nel generale impoverimento delle culture politiche a cui stiamo assistendo la sinistra si rifugerà nei territori sicuri della scomunica verso la dissidenza, da dove talvolta aveva sconfinato, magari leggendo e recensendo qualche libro Adelphi?

E dopo Tomasi di Lampedusa una fatwa colpirà anche Pasternak?

Aggiungerei, un po’ provocatoriamente: giacché ai Solzenicyn di fatto non è mai stata tolta.

(Articolo pubblicato con lievi differenze e senza link ipertestuali su l'Occidentale del 28 ottobre 2018)

giovedì 11 ottobre 2018

Il passaporto dello zampognaro



Quando si comincia a sentire aria di Natale - e ancora prima, durante la Novena dell’Immacolata - a volte nelle città arriva ancora lo zampognaro. Che poi in realtà sono sempre in due, perché uno suona la zampogna e l’altro la ciaramella: la coppia sembra uscita come per magia da un presepe napoletano, o da una stampa dell’Ottocento, salvo qualche particolare: la pelle ovina dell’otre adesso per lo più è surrogata da uno pneumatico, ed è difficile che indossino il giacchetto regolamentare di lana di pecora, se non per un voluto recupero vintage, o come abito di scena nelle sagre.

Se siete fastidiosi come me e li interrogate sulla provenienza, dopo qualche generico “Abruzzo”, insistendo e precisando saprete che in moltissimi casi vengono dall'area delle Mainarde, tra Valcomino e il Molise isernino, una zona dove la zampogna è trattata con tutti gli onori: ogni anno si tiene un Festival internazionale della zampogna (Acquafondata) e ci sono musei  dedicati (ScapoliVilla Latina). Non mancano neppure iniziative di serio recupero musicale, con in testa l'associazione Calamus e l'attività di Gianni Perilli. Cosicché adesso l’interesse musicologico per la zampogna ha travalicato l’area molisano-cominense e ci sono esecuzioni di maestri di alto livello come Ambrogio Sparagna e gruppi musicali di tutto rispetto come I Musicanti del piccolo borgo, per non dire dei bravissimi del gruppo locale Decalamus.


Gli zampognari che si incontrano nelle città nel periodo natalizio però continuano a suonare come una volta i motivi delle “novene” (frequentissima Tu scendi dalle stelle) e restano in pieno nel solco tradizionale degli artisti girovaghi: in passato dalla stessa area provenivano  anche altre figure, che potremmo raggruppare nella categoria dei circensi “minori”: suonatori e giocolieri vari, e poi  i mitici orsanti, ben documentati anche nell'appennino parmense. 





Si sa che di questa tradizione girovaga c’è più di una traccia nella letteratura. 

Ricordo un poco noto e "minore" Gabriele D’Annunzio nel racconto Le Vergini, pubblicato nel 1884: "avevano una religiosa e familiare letizia quei suoni che i ciociari di Atina traevano da un otre di pecora e da un gruppo di canne forate".






E poi, obbligatoriamente, D.H. Lawrence, con il romanzo La ragazza perduta del 1920 (Lawrence aveva soggiornato a Picinisco nel 1919) ambientato in paesi riconoscibilissimi, il cui co-protagonista è un suonatore ambulante proveniente proprio dalla Valle di Comino, finito a Londra girovagando.








Si sa un po' meno di altre fonti documentali più dirette, che pure non mancano: Ferdinando Galiani, segretario d'ambasciata a Parigi, in una lettera del 1764 Bernardo Tanucci, ministro del re di Napoli, parlando di una carestia di grano che in quell'anno afflisse il tutto il Regno, e dunque anche i paesi della Valcomino, accenna agli zampognari della zona di Sora che girovagavano per l'Europa e che in questo girovagare avrebbero anche appreso l'uso alimentare della patata. 

L' Inchiesta agraria  per il circondario di Sora(1) rammenta l'antica tradizione vagabonda dei montanari di Picinisco e San Biagio Saracinisco, suonatori e conduttori di orsi per spettacoli di piazza.
1. Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola 1880-1885, VII, p. 345


Alle fonti si è aggiunto da poco un documento ritrovato a Picinisco, in casa di Walter De Santis e Dina Antonelli, fortunatamente sopravvissuto a più di 150 anni di possibili agguati di muffa, di topi, di acqua, di fuoco: Walter e la nuora Michela stanno sgombrando un po’ di roba dalla cantina, e sono lì lì per buttare il contenuto di un vecchio cassetto, quando Michela con uno sguardo rapido è attirata da un foglio piegato. Lo prende, lo apre e scopre che è un documento del 1848, un “passaporto” che autorizza Biasio Capocci -suppongo trascrizione di Biagio-  di condizione zampognaro, a passare il confine del Regno delle Due Sicilie per recarsi nello Stato Romano (si può ipotizzare a Roma per la Novena, come quelli del racconto di D’Annunzio a Pescara).





Dello zampognaro Biasio, che con questo recupero diventa in qualche modo un personaggio concreto della microstoria sociale, veniamo a sapere che ha 35 anni, è di statura bassa, ha il naso “giusto”, il mento regolare, la barba ordinata, i capelli e gli occhi “castagni”. Pare di vederlo, no? 

Ma avrà suonato la zampogna o la ciaramella? questo non c’è scritto, e non credo che lo sapremo mai.

Ultimo particolare, importante per la storia sociale. Guardate proprio in testa: Biasio non paga il bollo, il passaporto è gratis “perché povero”




Conclusione: lo zampognaro Capocci Biasio, di Picinisco, è girovago, va a suonare anche all'estero ed è povero. Certificato, con tanto di firma, dal Capitano della Guardia Nazionale Antonio Ferri.



Ringrazio Walter De Santis per avermi autorizzato a pubblicarlo e a scriverne. E Michela Gentile, per averlo salvato e per avermene mandato la foto  praticamente in tempo reale.

A chi voglia approfondire in modo dettagliato e documentato il tema, con riferimento specifico all'area molisana, consiglio la lettura di "Le migrazioni degli zampognari molisani nei secoli XIX e XX", di Antonietta Caccia.

giovedì 4 ottobre 2018

Le Apuane di Fosco Maraini tra Puntato e Col di Favilla



Faggi. Ancora boschi di faggi solenni, come quelli delle mie full immersion estive, il famoso “oro verde”, un oro che non ha impedito alla nostra gente di andarsene a lavorare e a vivere un po' meglio, lasciando i vicoli semideserti e le case col fuoco spento. 
Anche qui, tra Alta Versilia e Garfagnana, in mezzo alle Apuane, boschi di faggi e storie di paesi abbandonati.




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Lasciata la macchina più o meno al Passo Croce, imbocchiamo il sentiero numero 11, direzione Puntato.
Il Puntato è un'area prativa a circa 1000 metri slm, con case e ricoveri sparsi. I monti vicini sono il Corchia, la Pania, il Freddone e il Pizzo delle Saette.
Passato il padule di Fociomboli con la sua particolare vegetazione, ci si imbatte in una gran quantità di “maestaine”, piccole maestà familiari votive, con dediche e immagini: la serie si conclude con la chiesa della Santissima Trinità, una specie di maestà maior. È aperta, ci stanno lavorando. Mi viene subito in mente Attilio Bertolucci e il suo non troppo lontano Appennino parmense. “Durerà, la costruzione boschivafin che dura il dolore e la pietà di chi abita ancora le terre alte che noi abbandonammo". 







Qui per la verità la pietà della gente che abita le terre alte è attiva e piena di buon umore: i due uomini che stanno riparando il tetto ci spiegano con tranquilla partecipazione che ci si dice la messa alcune volte durante l’anno, che la chiesa è di pertinenza della diocesi di Pisa e che a Terrinca (borgo di riferimento) c’è una bella festa medievale. Insomma, tutto il loro rapportarsi a noi viandanti  ha un sapore caldo di continuità, di cura e di amore per il proprio passato.


Si continua ancora un po' tra viali di faggi, poi il paesaggio cambia, subentra il castagneto, finché non si arriva alla chiesa di S.Anna a Col di Favilla, a 938 m slm. Qui si interseca un sentiero importante, il numero 9, che va da Isola Santa alla Foce di Mosceta: prendiamo nota per un largo giro ad anello quando la luce si riprenderà il suo spazio primaverile.


Il paese, nato come alpeggio dei pastori della Versilia, crebbe nel corso dell'Ottocento. Nel 1928 c'era ancora molta gente: lo testimonia il suo ospite più noto, Fosco Maraini, importante figura di etnografo e orientalista, grande alpinista, nonché molto altro. Qui fece le sue prime esperienze di montagna e da queste parti, "tra le due Panie" volle essere sepolto.
Abbiamo anche una sapida ricostruzione di quella vacanza giovanile.
Aveva ancora un centinaio di abitanti all'inizio degli anni '50 del 900, poi in un decennio la popolazione si spostò completamente verso il basso. Adesso è completamente disabitato.


Col paese anche la chiesa fu abbandonata e nel 1977 subì pesanti atti di vandalismo. Restaurata -per la pietà di quelli che “abitarono” le terre alte- ogni anno a luglio, in prossimità della festa di Sant’Anna, vi si celebra la messa: i discendenti dei colletorini (questo è il nome degli abitanti), si danno appuntamento e fanno visita anche al piccolo cimitero poco distante. Ci sono anche oggi (23 settembre), per la ricorrenza del restauro: si mangia polenta e cinghiale, costo 20 euro.


Tutto qua, semplicemente prefigurazione del destino della dorsale appenninica che si sta spopolando tutta? Devo dire che, ancora pieno di ammirazione per questo legame che non si spezza, il pensiero è corso subito all'inverno - le case vuote, il vento, la pioggia- e con una fitta dolorosa ho percepito  in queste visite estive un intristente retrogusto cimiteriale.




La tomba di Fosco Maraini nel suggestivo cimitero dell'Alpe di Sant'Antonio, di fronte alla sua Pania





venerdì 20 luglio 2018

L'infedeltà di Francesca, da Dante a Mogol: quasi un caso "di genere"



E' risaputo che i nomi di persona non sono mai completamente neutrali: se uno si chiama con un nome un po' raro, non dico proprio Aida, ma anche Otello, Violetta, Norma, Tosca, lo sa fin da piccolo che il suo nome evoca personaggi univoci e inconfondibili. Stesso discorso per i Benito, i Palmiro, e anche i molti meno Alcide, assegnati quasi sempre con un'intenzionalità piuttosto chiara.
Molto diverso è il destino di chi porta nomi a larga diffusione, quella decina che la fanno da padrone e  che da soli costituiscono  la maggioranza: Antonio, Giovanni, Luigi, Francesco, Tommaso, Anna, Maria, Clara/Chiara, Luisa non veicolano alcun segnale direzionale univoco, e sono il portato di una tradizione plurisecolare legata all'importanza e alla notorietà dei santi di riferimento



A lungo in tutta Europa il nome più diffuso è stato Giovanni: lo testimonia anche la storia dei cognomi, quelli del tipo "figlio di": i Johnson, Johansen e simili sono ancora oggi tra i più diffusi. Una curiosità: da noi, grazie alla varietà e alla fantasia che ci caratterizzano in ogni campo, onomastica compresa, questa predominanza è nascosta dietro le varianti Di Giovanni, Gianni/Giani, Ianni, Giannelli/Iannelli e via dicendo.

Tanto più risulta davvero stimolante quando qualche traccia evocativa si può trovare anche nei nomi "maggioritari" o, curiosamente -ed è di questo che voglio parlare-  nel cambio di genere: non so se è una mia scoperta (dubito, le cose importanti sono state scoperte e commentate già tutte, tutt'al più non lo sappiamo), certo è che ho trovato -come si dice- intrigante la differenza marcata nella  coppia Francesco/Francesca.

Mi spiego. 
Prendete Francesco.

Lasciamo stare che nella vita comune tutti ne conosciamo a bizzeffe: belli, brutti, buoni, cattivi, intelligenti, sciocchi e così via. Ma se andiamo nella fascia alta dei "portatori",  a cominciare dall' alter Christus di Assisi  segnato per primo dal dono delle stimmate, l'uomo dalle vicende così straordinarie da parere quasi fiabesche, fino alla morte  profumata di leggenda-  statisticamente si impone come  un nome destinato a santi (San Francesco Saverio, San Francesco di Sales....) e a Re (di Francia, di Due Sicilie...).

E passando al femminile, che succede a Francesca? Non che manchino le sante: basta ricordare Santa Francesca Romana e Santa Francesca Cabrini. Ma la Francesca più famosa, quella che ricordiamo per prima quando il bel nome risuona, è Francesca da Rimini, adultera sorpresa in flagrante e uccisa, quella del quinto canto dell'Inferno dantesco (Poeta, volontieri parlerei a quei due che ’nsieme vanno,e paion sì al vento esser leggeri...) E' vero che quando leggiamo la sua storia a tutto pensiamo fuorché che Francesca stia nell'Inferno, e al fatto che con questa collocazione Dante abbia voluto rimarcare anche un personale distacco da certe suggestioni della letteratura cavalleresca: infatti c'è una vicenda nella vicenda, e gli amanti adulteri sono quattro, che si riflettono come in uno specchio, Lancillotto e Ginevra, Paolo e Francesca. Per noi e per i lettori di Dante che si sono susseguiti in 700 anni Francesca è l'archetipo dell'amore infelice e romantico, e l'ascolto di una buona recitazione del canto è ancora garanzia sicura di qualche brivido lungo la schiena: brividi e commossa solidarietà.

Ma non finisce qui: sorprendentemente, come nel riaffiorare di un fiume carsico, il nome replica la cifra dell'infedeltà in almeno due testi contemporanei. Forse ho detto "sorprendentemente" troppo presto; forse la prima Francesca ha suggestionato gli autori contemporanei, o forse il nome contiene e veicola una specie di destino?
Ecco la Francesca di Ezra Pound, la purezza corrotta:



Ezra Pound

You came in out of the night
And there were flowers in your hands,
Now you will come out of a confusion of people,
Out of a turmoil of speech about you.
I who have seen you amid the primal things
Was angry when they spoke your name
In ordinary places.
I would that the cool waves might flow over my mind,
And that the world should dry as a dead leaf,
Or as a dandelion seed-pod and be swept away,
So that I might find you again,
Alone.
Venivi innanzi uscendo dalla notte 
recavi fiori in mano
ora uscirai fuori da una folla confusa,
da un tumulto di parole intorno a te.
Io che ti avevo veduta fra le cose prime
mi adirai quando sentii dire il tuo nome
in luoghi volgari.
Avrei voluto che le onde fredde sulla mia mente fluttuassero
e che il mondo inaridisse come una foglia morta,
o vuota bacca di dente di leone, e fosse spazzato via,
per poterti ritrovare,
sola.

Lucio Battisti
Facciamo un altro passo: se ascoltiamo la notissima Non è Francesca di Battisti/Mogol, ci ritroviamo praticamente nella stessa atmosfera.
Con una sola differenza importante: la disperazione di Pound è conclamata, e la sua Francesca si potrebbe ritrovare solo se il mondo inaridisse, ovvero scomparisse tutto. La disperazione del testo di Mogol viceversa è sublimata da una finta incredulità, quasi quasi ancora più crudele.

domenica 10 giugno 2018

Un altro Sessantotto. Anzi, forse altri due


Cinquanta anni fa "scoppiò" la rivoluzione del Sessantotto. Come tutti gli scoppi e gli eventi della storia considerati improvvisi - dalla cosiddetta caduta dell'Impero romano in poi - l'anno fatale in realtà fu preceduto da una discreta gestazione di idee, costumi, musiche, atmosfere e parole d'ordine, almeno a partire dal 1960. 

E’ normale che oggi si assista a tante rievocazioni e convegni, con un gran fiorire di tentativi di lettura complessiva: quella data per molti segna simbolicamente uno spartiacque tra il mondo delle norme dei padri e dei doveri e il mondo della libertà e delle esigenze degli individui; salvo poi virare in parte verso l’estremismo totalitario in abiti esotici, sudamericani o asiatici: ma questa è un’altra storia ancora, che si interseca con la prima e ne va a determinare alcune interpretazioni a posteriori.

Le letture del Sessantotto sono per lo più di segno positivo, dal momento che l’onda lunga della società basata sui diritti individuali sembra aver vinto irreversibilmente, almeno nella nostra parte del mondo. E questo è considerato da molti un bene assoluto, sia pure al netto di qualche recriminazione sulle esagerazioni. Esistono letture di segno conservatore e anche decisamente tradizionalista, e in sintesi potremmo dire che sono quelle che mettono il segno negativo davanti agli stessi fatti, sottolineando il percorso che dalle prime rivolte religiose del tardo medioevo porterebbe sequenzialmente al tramonto dell’Occidente cristiano e comunitario e alla sua dissoluzione nella modernità (e postmodernità) irreligiosa e individualistica. Si tratta, come si sa, di due filosofie della storia che si fronteggiano in una guerra plurisecolare.

In questa contesa sui significati, più che legittima, si corre però il solito rischio che comporta una visione della storia più come storia delle idee che come serie di eventi riguardanti le persone concrete, il loro affetti, il loro modo di stare al mondo. Insomma, si avverte un po’ la sensazione di essere sempre immersi in una specie di brodo hegeliano, dove le idee contano più dei fatti, e gli schemi più delle persone.

Se invece facciamo uno sforzo di memoria e andiamo a rivedere le pulsioni e le suggestioni di quell'anno (e soprattutto degli anni immediatamente precedenti) troviamo una diffusa voglia di libertà individuale e di rifondazione autonoma dei valori, ma a fronte di una società “dei padri” praticamente afasica e generalmente incapace di fornire il perché delle sue norme e dei suoi divieti: questo è anche il 65-68 dei miei primi ricordi di conflitti generazionali. Se non si fanno operazioni troppo ideologiche non sarà difficile far riemergere lo stato comatoso di molte agenzie deputate alla trasmissione dei valori -dalla Chiesa alla scuola, dalle famiglie alle associazioni- la loro chiusura ad ogni interlocuzione che non fosse la recriminazione sugli “sbandamenti dei giovani”. Direi insomma che la molla principale e iniziale della rivolta giovanile fu psicologica: la ricerca di libertà e di significato. Su ambedue i fronti il mondo dei padri non era praticamente in grado di dare risposte. 





Aggiungerei che inizialmente il cleavage non fu affatto destra/sinistra: anzi, per quanto si trattasse di letture di nicchia, esisteva una sensibilità individualistica “di destra” che percorreva il mondo della rivolta beatnik, un po’ antimoderna, un po’ anarcoide, un po’ disgustata dalla mummificazione del mondo operata dal filisteismo borghese (vogliamo parlare di Kerouac?)

Se poi facciamo un altro passo, diciamo geograficamente di lato, quello che ho tentato di descrivere diventa quasi di evidenza palmare.
Negli stessi mesi, nelle capitali dell’Est le stesse generazioni, con la stessa aspirazione alla libertà individuale e alla ri-comprensione dei valori, trovavano davanti a sé i “padri” degli apparati ideologici comunisti, quei padri premurosi che si sarebbero presto muniti di carri armati per arginare l’avventatezza anarcoide dei giovani.

Parlarne non significa solo fare un’opera di restituzione di giustizia storica, o di anticomunismo incorreggibile, ma capire meglio l’interezza del fenomeno Sessantotto.
Parlarne non dovrebbe essere imbarazzante per nessuno, anche se certamente è un aspetto che mette un po’ in crisi la linea  Rivolta - Sessantotto - Comunismo esotico -Totalitarismo - Terrorismo.
L'ineluttabilità di questa  linea è falsificata dall'esperienza dell’Est, in cui il Sessantotto portò invece a una diffusa riscoperta dei valori di libertà e di responsabilità: il ruolo di guide intellettuali assunto da figure come Patočka, Bělohradský e Havel, con tutto l’ambiente della Primavera di Praga, non è separabile dal moto collettivo giovanile che si diffuse a Est e a Ovest della cortina di ferro.






Un libro meritevole (Guido Crainz, Il Sessantotto sequestrato: Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni. Donzelli, 2018) ha spezzato le facililetture “a schema” e ha mostrato come il fenomeno non fosse limitato alla Cecoslovacchia, ma riguardasse anche la Polonia e la Jugoslavia. In questi luoghi l’esito del Sessantotto non fu –come capitò almeno parzialmente da noi- una nuova utopia comunista, esotica e ancor più oppressiva, ma la riscoperta della libertà politica e dell’autonomia della società di fronte allo stato. E fu davvero la spinta per una ri-comprensione dei valori in opposizione alla “lingua di legno” dei padri.


Certamente da questa parte della cortina non trovarono tanti tifosi. Per quale motivo – si domandano i curatori del libro- “quegli studenti, quegli intellettuali, quei sostenitori di un ‘socialismo dal volto umano non trovarono nei movimenti studenteschi dell’occidente quel solidale sostegno che sarebbe stato necessario (né lo trovarono nei partiti comunisti)?”. 

Si pensi, per esempio, all'invasione della Cecoslovacchia. E “mentre i carri armati del Patto di Varsavia reprimevano brutalmente la Primavera di Praga, le stelle polari dei movimenti che protestavano nelle città italiane e francesi continuarono a essere i regimi comunisti di Cuba e Vietnam del nord, che quell'intervento sostennero a spada tratta. Nessuno si accorse, o volle accorgersi, di ciò che stava accadendo al di là della cortina di ferro, dove, da tempo, vari paesi erano attraversati da fermenti libertari che si preferì ignorare, se non, addirittura, condannare apertamente. La sordità del Partito comunista italiano fu pressoché totale, sino a diventare autentica complicità. Perfino ambienti della sinistra meno allineata, come quello che gravitava intorno alla rivista Quaderni Piacentini, non trovarono di meglio che accusare gli intellettuali che correvano gravi rischi tentando di alzare la voce contro l’oppressione comunista, di scimmiottare consunti modelli ideologici e politici dell’occidente. Crainz e gli altri autori svelano impietosamente la cecità dell’intellighenzia progressista e libertaria di casa nostra, che – dalle università alle case editrici – fu del tutto incapace di muovere un dito a favore di popoli vittime di dittature e repressioni. ”


E’ possibile almeno oggi, a 50 anni di distanza, uscire dalla prigione degli opposti schematismi e ridare un po’ voce alle ribellioni autentiche?

(Pubblicato sostanzialmente identico su L'Occidentale  on line del 12 giugno 2018)