sabato 1 agosto 2020

In Valcomino il passato si nasconde tra gli ulivi

La Valcomino non è il centro del mondo: ne abbiamo preso atto perfino noi della tribus cominensis, smodatamente attaccati ai nostri paesi, tutti più o meno in declino. Ma di sicuro è un crocevia importante tra Lazio, Abruzzo, Molise e Campania, se vogliamo una specie di Terra di mezzo. Si vede nella lingua, nelle abitudini alimentari, negli scambi commerciali e soprattutto nei pellegrinaggi, dalla Madonna di Canneto, frequentata dai devoti di quattro regioni, allo straordinario legame di Scanno col santuario di San Gerardo a Gallinaro e l'Acqua Santa di Santa Felicita a Pietrafitta, su cui in questo blog abbiamo riportato un bel contributo di Aldo Venturini.
Dappertutto nella valle ci si imbatte in memorie ancora ben visibili, ma molte altre si possono leggere solo in filigrana, e guardando con attenzione sotto lo strato più superficiale, quello della modernità novecentesca: sono le memorie che riemergono grazie ai nomi dei luoghi, agli avanzi dei muri, alle carte degli archivi.

A me capita spesso di percorrere (e una volta ci ho pure rimediato l’unico morso di cane pastore della mia vita) il territorio compreso tra Settefrati e San Donato, tutto dominato dalla presenza dell'ulivo, e in particolare della sua varietà Marina, una rara cultivar da cui si ricava un olio di grande pregio, “pizzicoso” e sapido. Da qualche decennio una strada asfaltata, molto comoda per le attività agricole, unisce con poco dislivello i due paesi, rendendo superflua la canonica discesa al bivio di Vico, nel fondo valle. Oltre alle auto e ai mezzi agricoli la percorrono anche camminatori e runner, a gruppetti o, più spesso, in solitaria. Di notte non è raro imbattersi in cinghiali, istrici e perfino grossi cervi, che magari si arrestano stupefatti davanti ai fari accesi. Più raramente, ma al mattino presto, è dato incontrare addirittura l’orso marsicano, che nella tarda stagione estiva si aggira in cerca di frutta e accumula grasso preparandosi al letargo.
Diciamo che qui  è già tutto molto bello e sicuramente fruibile in ogni stagione.

Ma in pochi sanno che più su, a qualche centinaio di metri dalla strada asfaltata, sta come in letargo lo strato più profondo, quello dei lunghi secoli e della lunga durata, incentrato sul percorso  della via antica, quella che attraverso Marzara e Santa Croce andava da Settefrati a San Donato. Ora è praticamente abbandonata e a tratti ostruita dai rovi e da altri cespugli, mentre i bellissimi muri a secco mostrano qua e là rigonfiamenti (popolarmente si dice che "le macere figliano")  e spesso hanno anche ceduto, danneggiando la sede stradale.


È un vero peccato, non solo perché, bordata di querce com'è, sarebbe sicuramente più confortevole per i camminatori che patiscono sull’asfalto arroventato, ma anche perché per secoli è stata una via di comunicazione di discreta importanza nel reticolo viario che dal nord della Val di Comino raggiungeva il valico di Forca d'Acero e la Valle del Sangro attraverso la via Marsicana.
La via era segnata dalla presenza di due monasteri: di uno, San Paolo, rimane solo il nome della località, mentre dell’altro, Santa Croce, sopravvivono anche i resti della chiesa e di un edificio adiacente, ora adibito a stalla. L'ospedale (portarile) di San Paolo è documentato fin dal 1012 come il più antico dell'intera diocesi di Sora: nella donazione di Oderisio, conte dei Marsi, all'abate di Montecassino è indicato già come portarile vetere (da notare l'esistenza del toponimo Portarino proprio nella zona di San Paolo). La "Casa di Santa Croce" è menzionata, per una donazione, in un documento del 1032 (il più antico atto notarile rogato a Settefrati) ed è attestata come “ospedale” per pellegrini e viandanti dalla prima metà XIV secolo (1). Ancora nel 1632 la ricorda il Castrucci nella sua Descrizione del Ducato di Alvito, notando che il monastero era andato in ruvina, ma la chiesa era ancora integra. D’altronde a memoria di racconti orali possiamo affermare che probabilmente la chiesa era occasionalmente officiata non più tardi di un secolo fa.


Oggi le condizioni dei resti della chiesa e di tutto il reticolo viario sono disastrose, ma la questione sembra non interessare né alle autorità di tutela, né ai privati che ne sono proprietari, e evidentemente neppure tantissimo agli abitanti del paese. I resti di Santa Croce, di anno in anno sempre più malridotta, sono avvinti dai potenti abbracci dell'edera, amante insidiosa, come si sa, e ormai ci prende anche il dubbio che disboscando e tagliando potrebbe venire tutta giù in un'immane rovina scarupata.

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In definitiva in un'area di pochi chilometri quadrati  è archiviata la storia più remota del triangolo San Donato-Settefrati-Pietrafitta,  dal momento che proprio nei paraggi di Santa Croce viene ad intersecarsi un'altra strada importante (lo dimostrano la larghezza e i resti di lastricato) che sale da Pietrafitta. Nella zona  denominata significativamente Cappella sorgeva la chiesa di San Giorgio, menzionata fin dal 977 (2).

Purtroppo anche questo racconto suggestivo di vie, di chiese e di fonti dai nomi evocativi sembra la puntata di una serie a finale fisso, la conferma di un rapporto difficile tra il paese e i suoi pochi monumenti storici. La chiesa della Madonna delle Grazie che fu salvata in extremis  dopo decenni di incuria e di danni irreversibili: rovina dei cassettoni interni e danneggiamento dell’affresco del Giudizio Universale, sottrazione di quadri e perfino della statua della Vergine sull’altare principale. La torre medievale smezzata dopo il terremoto del 1915, a cui era sopravvissuta, poi ricostruita in parte e inaugurata qualche anno fa e mai più aperta alle visite. Il tempio di Mefiti trovato a Canneto in località Capodacqua nel 1958 e subito abbuiato, pare per gli interessi idrici concorrenti sul sito.
Dei beni archivistici e librari - le cui carte talora hanno alimentato qualche camino durante i lunghi inverni -preferisco proprio non parlare, sopraffatto dai macigni forse secolari di irresponsabilità e di trascuratezza.
Ce n'è abbastanza per rinunciare alla parte dei grilli parlanti e accettare di calare le braccia e piegare le ginocchia?

Ho approfondito la localizzazione dei siti e delle strade grazie a utilissime conversazioni "al volo" con don Dionigi Antonelli, Peppina Morga, Graziella Colarossi e, ovviamente, Aldo Venturini, che a suo tempo ha ispezionato e documentato fotograficamente la Fonte di San Giorgio. 
La carta topografica è tratta dal volume sugli ospedali parrocchiali di D.Antonelli (vedi nota 1)

(1) Sui due monasteri-ospedali si trova un'ampia documentazione nelle pubblicazioni di Dionigi Antonelli, in particolare nell'opera Gi ospedali delle parrocchie e degli ordini religiosi...dal sec.XI al sec.XIX, Sora, 2009, alle pagine 391-414.
(2) Per la localizzazione di San Giorgio e per tutta la vicenda dell'incastellamento di Settefrati si deve fare riferimento al volume Settefrati nel Medioevo  di Val Comino, di Dionigi Antonelli, Castelliri 1994.

English Abstract

Along the old pedestrian road that from Settefrati led to San Donato in the Middle Ages there were two monasteries / hospitals (Santa Croce and San Paolo) of which only remains of buidings and archive documents exist today. At the crossroads of Santa Croce it intersected with the road coming from Pietrafitta and directed to Abruzzo through the pass of Forca d’Acero (via Marsicana). In the neighborhood (Cappella area) there was also the little church of San Giorgio, the oldest documented in Settefrati. The whole area is rich in fine olive groves, mainly of ‘Marina’ quality.

Résumé français


Le long de l'ancienne route piétonne qui de Settefrati conduisait à San Donato au Moyen Âge, il y avait deux monastères / hôpitaux (Santa Croce et San Paolo) dont seuls les vestiges de bâtiments et de documents d'archives existent aujourd'hui. Au carrefour de Santa Croce, elle croise la route venant de Pietrafitta et se dirige vers les Abruzzes par le col de Forca d’Acero (via Marsicana). Dans le quartier (zone de Cappella), il y avait aussi la petite église de San Giorgio, la plus ancienne documentée à Settefrati. Toute la région est riche en oliveraies fines, principalement de qualité «Marina».



1 commento:

  1. Gentile Renato.
    Grazie per questo "post" Mi interesse tanto. Vincent Policella

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