sabato 11 maggio 2019

L'orologio di Greta segna mezzanotte meno cinque, ma da più di un secolo

Greta Thunberg

La mobilitazione per il fenomeno Greta non si è ancora del tutto esaurita e i suoi slogan sono sostenuti da molti settori di opinione pubblica, in prima fila giornalisti e politici. 
Ne ha parlato sull'Occidentale Federica Ciampa, e varie altre voci fuori dal coro, come quella di Riccardo Ruggeri, hanno sottolineato come apparato mediatico e marketing ben studiato stiano “pompando” la diffusione del personaggio e del suo messaggio: quindi, benché minoritarie, non sono mancate le prese di distanza, le ironie e per la verità neppure qualche tono fuori misura. 
Andando più nel merito degli argomenti, ci sono scienziati -come il climatologo Franco Prodi e il fisico Carlo Rubbia, per non dire del combattivo Franco Battaglia-  che hanno contestato anche giornalisticamente l’assunto fondamentale dei movimenti ecologisti estremi, e cioè che il cambiamento del clima sia determinato in modo significativo dall'azione umana e dall'inquinamento.
Piuttosto – è stato rilevato- le posizioni apocalittiche espresse all'insegna dei fridays for future rischiano di liquidare sommariamente un problema (quello dell’inquinamento) che necessita di interventi strutturali e di politiche energetiche e industriali non recessive. L’approccio pragmatico non si sottrae alla preoccupazione per la cura dell’ambiente e anche l’approccio culturale dei conservatori riflessivi è tutt'altro che contraddistinto da una superficiale sottovalutazione del problema: basta rileggere il bel capitolo del Manifesto dei conservatori di Roger Scruton dal titolo “Conservare la natura” (ed.it. Raffaello Cortina, 2007).

Il fatto è che molte affermazioni ecologistiche estreme hanno a che fare più con la filosofia o, se vogliamo addentrarci ancora più in profondità, con un pensiero di tipo religioso. Michael Novak ha parlato di “segni caratteristici della religione gnostica, con Madre Natura assunta a idolo” e, al fondo delle formulazioni più radicali, si percepisce l’ostilità alla presenza umana nel pianeta, l’idea dell’uomo come grande parassita. Lo ha messo bene in evidenza, con ricchezza di riferimenti, anche Eugenio Capozzi nel suo Politicamente corretto (Marsilio, 2018), che articola attorno a questo tema  uno dei quattro blocchi su cui si sviluppa la riflessione del volume.
Il misticismo panteistico e la tipologia apocalittica dell’annuncio in realtà coesistono con la componente “religiosa” dell’ambientalismo fin dalle origini. Ad ogni svolta, la fine del mondo industrializzato e inquinato viene annunciata come imminente: non c’è tempo, manca poco alla catastrofe!

La storia del Rapporto del Club di Roma sui limiti dello sviluppo, diffuso più di mezzo secolo fa è abbastanza nota, compresa la nota previsione (errata) della fine delle risorse petrolifere entro il secolo.  L’acme delle previsioni catastrofiste fu raggiunto forse durante la Giornata della Terra del 1970, e curiosamente comprendeva anche un’apocalisse non causata come ora dal riscaldamento globale, ma da un raffreddamento da “nuova era glaciale”.  Sempre entro il 2000.


Gruppo di Wandervogel

Ma se andiamo ancora indietro nel tempo, all'inizio del 900, ci imbattiamo in una singolare anticipazione di quasi tutti i timori con cui abbiamo appreso a convivere, con le analoghe modalità apocalittiche della loro enunciazione, e col sottofondo religioso gnostico o panteista che alcuni studiosi hanno rilevato.  Solo che, un po’ perché è più vecchia, un po’per ragioni legate all'esito di una parte di questi movimenti, la vicenda non è conosciuta come la storia della cultura ecologista del dopoguerra.

Ludwig Klages
Parliamo del libro L’uomo e la terra di Ludwig Klages (1872-1956) - un intellettuale vicino a Stefan George e a Johann Jakob Bachofen-  e di tutto l’ambiente che fa capo  al movimento giovanile dei Wandervögel. Questo movimento in parte anticipò molte tematiche hippie con prevalenza del filone “emancipazionista” e liberatorio, ma in una parte non trascurabile, tramite il culto romantico dei boschi e della natura incontaminata dall'industrialismo, confluì nel nazionalsocialismo, in cui peraltro Klages – benché intellettuale molto conservatore e con venature antisemite-  rimase sempre in qualche modo appartato e non organico.
All'inizio il movimento si presentava come un contenitore che mescolava “neo-romanticismo, filosofie orientali, misticismo della natura, ostilità alla ragione e un forte impulso comune verso una confusa ma non meno ardente ricerca di rapporti sociali autentici e non alienati. La loro enfasi sul ritorno alla terra spronò una appassionata sensibilità verso il mondo naturale e i danni che soffriva”. Insomma possiamo dire che a quel punto le ragazze acqua e sapone nei boschi nordici erano già un’immagine consolidata.


Il simbolo dell’assemblea sull’Hoher Meißner. 
Nel 1913, in occasione del grande raduno dell'Hoher Meissner (una specie di Woodstock di inizio secolo) uscì il libro di Klages, ristampato più e più volte, e ancora oggi considerato un caposaldo dell’ecologismo (ed. it. Edizioni Mimesis, 1998).
L’uomo e la Terra anticipava quasi tutti i temi del movimento ecologista contemporaneo. Denunciava l’accelerata estinzione delle specie, la rottura dell’equilibrio del sistema ecologico globale, la deforestazione, la distruzione dei popoli aborigeni e dei loro habitat, l’allargamento delle città e l’aumentata alienazione della gente dalla natura. In termini enfatici condannava il cristianesimo, il capitalismo, l’utilitarismo economico, l’iperconsumo e l’ideologia del “progresso”. Condannava anche la distruttività ambientale del turismo rampante e il massacro delle balene e mostrava una chiara cognizione del pianeta come una totalità ecologica”. Il tutto come estremamente imminente.
Insomma già nel 1913 l’orologio dell’apocalisse segnava le 23:55!

(Pubblicato col titolo Ambiente, Greta & Co. si svegliano tardi: l'orologio segna le 23.55 dal 1913! sull' Occidentale del 1-5-19)


Jean Vanier, un moderno "pazzo di Dio"

Quando i giornali di tutto il mondo  hanno riferito che il 7 maggio, a  90 anni, era morto Jean Vanier (1928-2019) e che papa Francesco aveva espresso il suo cordoglio - come capita con le persone importanti-  molti si saranno chiesti chi fosse, perché ai più probabilmente risultava un nome praticamente sconosciuto: Vanier infatti era una di quelle figure straordinarie di cui magari non si parla per anni, ma che nella loro esistenza hanno costruito realtà solide e intessuto reti di relazioni dense di bene. E che la momento della morte “bucano” la superficialità della nostra “infosfera”, prevalentemente costruita su notorietà effimere e destinate a veloci obsolescenze.
Io l’avevo per così dire ‘incontrato’ qualche anno fa, in un libro di Emmanuel Carrère (Il Regno) che ritengo bello anche se complesso -non fosse altro per il difficile percorso dell'autore, sostanzialmente non credente (che poi è una definizione molto stretta in ogni caso, ma nel suo caso è davvero strettissima) in un tema come la vita di Gesù vista attraverso i suoi testimoni, in particolare Luca e la sue fonti e San Paolo - e che ha un finale stupefacente, costruito proprio sull'incontro dell’autore con Jean Vanier e con una delle sue comunità dell’Arca.
Più di cinquant'anni fa – racconta Carrère- un canadese che aveva fatto la guerra nella marina inglese, poi era stato ufficiale nella marina canadese, all'improvviso si era messo a studiare filosofia e stava cercando la sua strada. Nel Vangelo, è ancora Carrère che parla, c’è un brano o una frase per ognuno di noi: quella di Vanier si trova in Luca, ed è quella sul banchetto al quale Gesù consiglia di non invitare gli amici ricchi, né quelli del proprio giro, ma i mendicanti, gli storpi, i minorati che arrancano per strada, quelli che la gente evita e che nessuno naturalmente invita mai. 

Quale fosse esattamente la sua strada, come ha ricordato su Tempi Leone Grotti, “non lo sapeva ancora quando acquistò nel 1963 una catapecchia senza elettricità e acqua corrente a Trosly-Breuil, qualche decina di chilometri a nord di Parigi. Ma lo capì quando un vecchio amico di famiglia, il sacerdote domenicano Thomas Philippe, che viveva nella cittadina, lo invitò a visitare un istituto che curava i malati mentali. Era il 1964.
Non era esattamente un posto terapeutico, ma piuttosto un vero e proprio parcheggio per gli incurabili, quelli che sbavano e urlano a squarciagola, per capirci. 
E la sua strada Vanier non la voleva cercare con una soluzione tiepida, sia pure da buon samaritano dei nostri tempi, uno interessato a fare piccole belle cose per i più piccoli: voleva “seguire Gesù” ed essere “eccessivo”, a costo di sembrare “un po’ pazzo.  Affermava che nel messaggio del Vangelo c’è qualcosa di semplice ed di eccessivo: Gesù faceva tutto in eccesso. A Cana, trasformò l’acqua in una quantità eccessiva di vino. Moltiplicò una quantità eccessiva di pane e amare i propri nemici è un eccesso di amore. Tutto è eccessivo perché l’amore non può che essere eccessivo.
Rimasi molto toccato dalla visita al “manicomio”, ricordava nel 2002 a 73 anni, in un’intervista al Catholic Herald. “Ho scoperto un intero mondo di dolore e debolezza”. Dopo quella visita, fece un’altra “pazzia”: invitò due disabili, Raphael Simi e Philippe Seux, a vivere in casa sua per “condividere tutto”. “Queste persone non erano viste come esseri umani con un valore. Io invece ho scoperto in loro il Vangelo: io parlavo delle Beatitudini e dei valori del Vangelo, loro invece li incarnavano in modo profondo”. I due ospiti cominciarono a vivere con lui come in una famiglia: era la prima comunità dell’Arca. Ne seguiranno altre, basate sullo stesso modello di condivisione di vita, come una famiglia.
Oggi il lascito di Vanier è di 154 comunità in 38 paesi dei cinque continenti e un’organizzazione, Fede e luce fondata nel 1971), che riunisce ogni mese decine di migliaia di persone con handicap, le loro famiglie e i loro amici in 83 paesi in tutto il mondo.
Ispirate alla sua esperienza e alla sua vocazione sono anche numerosissime pubblicazioni, anche a carattere teorico, perfino una riflessione sulla felicità basata sull'etica aristotelica. Ha avuto anche incarichi ecclesiali importanti: è stato membro del Pontificio consiglio per i laici e ha ricevuto nel 2015 il Premio Templeton, uno dei massimi riconoscimenti mondiali che ogni anno viene attribuito a personalità del mondo religioso. Nel 1983 pronunciò il discorso di apertura dell’Assemblea generale del Consiglio ecumenico della Chiesa, a Vancouver, e nel 1987 su invito di san Giovanni Paolo II partecipò al Sinodo sulla laicità a Roma. 
Ma la cifra profonda del suo insegnamento, tutto incentrato sulla concretezza dell’esperienza cristiana, la possiamo cogliere nell'evocazione della lavanda dei piedi, praticata nelle sue comunità, per la quale non posso che rimandare allo straordinario racconto di Carrère, un evento "liturgico" e comunitario incardinato in una sua famosa riflessione: “Vivere è molto più difficile che morire. Ci sono molte persone che vivono ma sono tristi come la morte. Bisogna vivere l’oggi e ringraziare per ciò che siamo. La gente pensa che dovrebbe fare qualcosa di buono per i poveri, ma in pochi sanno che i poveri possono farci molto bene, possono cambiarci”.

(Con lievi differenze il testo è stato pubblicato col titolo Jean Vanier, la pazzia di seguire Gesù  su L'Occidentale dell'8-5-19)

giovedì 18 aprile 2019

Due riflessioni (preoccupate) sul caso Scruton

Il 10 aprile Roger Scruton è stato rimosso dall'incarico di presidente della commissione governativa britannica che si occupa di edilizia residenziale.
Il fatti e le circostanze sono abbastanza noti. Dico abbastanza perché è vero che in Italia i lettori di Tempi, della Verità, del Foglio, di Atlantico quotidiano, della Nuova Bussola quotidiana sono stati ragguagliati sull'evento: potrei aver omesso qualche testata, ma all'ingrosso possiamo affermare che i giornaloni mainstream non hanno certo fatto la ressa con interviste e inchieste su questo inquietante caso di censura e di attacco alla libertà di pensiero, che ha fatto traballare anche il mito britannico del free speech.

Li riprendo un po’ per sommi capi, per chi non li avesse presenti, ricordando che su La Nuova Bussola Marco Respinti ne ha fatto una ricostruzione accurata e per quanto ne so anche esaustiva.
Intanto perché mai Scruton presiedeva la Commissione per la riqualificazione dell’edilizia residenziale? E’ noto che Sir Roger Scruton -a cui nel 2016 era stato conferito il Cavalierato (Kinghthood) “per i servigi resi alla filosofia, all'insegnamento e all'educazione pubblica” - non è solo uno dei più importanti pensatori conservatori viventi, come dimostrano i suoi oltre 50 libri e le decine di articoli, ma vanta un cospicuo retroterra di studi e di insegnamento universitario nel campo dell’estetica. E la commissione, chiamata significativamente “Building More, Building Beautiful” era stata istituita dal ministro britannico per l’Edilizia residenziale, il conservatore Christopher Malthouse, appunto per contribuire con consigli e consulenze al miglioramento della qualità dell’edilizia.
Però è chiaro che il “licenziamento” di Scruton non ha a che fare direttamente con l’attività della commissione, anche se fin dal momento della nomina gli attacchi contro di lui e contro la sua nota libertà di parola anche su temi controversi si erano moltiplicati.
Il caso è deflagrato in seguito a un’intervista apparsa su New Statesman, nella quale si leggevano delle considerazioni –disdicevoli secondo i parametri del politicamente corretto -  sul ruolo di George Soros nella politica ungherese, sulla politica del partito comunista cinese nei confronti del popolo cinese e sul termine “Islamofobia”, che secondo Scruton sarebbe stato introdotto nel lessico politico dai Fratelli Musulmani per paralizzare le critiche al fondamentalismo islamista.
Sui retroscena dell’intervista-trappola è stato sollevato un velo impietoso da Douglas Murray, dello Spectator, che ne ha messo a nudo le manipolazioni ad opera del vicedirettore del New Statesman, George Eaton, acerrimo nemico di Scruton, al punto di apparire su Instagram ritratto con una bottiglia di champagne per festeggiare la sua “cacciata” dalla commissione. Ancora il 16 aprile Murray è intervenuto chiedendosi "quando i detrattori di Scruton ammetteranno di essersi sbagliati".
In sostanza pare che la critica di Scruton ai Fratelli Musulmani sia stata trasformata in una critica all'Islam e i cinesi sono stati ridotti tout court ad automi, mentre lui aveva detto che il Partito Comunista Cinese sta cercando di trasformare i cinesi in automi.

Nonostante la contro-inchiesta e le smentite, nonostante che in passato Scruton abbia difeso Soros dal tentativo di Orban di chiudere d’imperio la sua università a Budapest, e che niente delle critiche a Soros e al suo ruolo nella politica ungherese fosse minimamente riferibile ad atteggiamenti antisemiti, da cui Scruton è da sempre sideralmente distante, ad oggi non vi sono segnali di resipiscenza da parte del governo. Ma staremo a vedere se e cosa accadrà nei prossimi giorni.

Il gravissimo episodio, che non è una novità, ma si va ad aggiungere a una sequenza di discriminazioni ormai attive in tutto l’Occidente, dovrebbe però stimolarci a una serie di riflessioni, oltre la giusta riprovazione e oltre il lamento sulla nequizia dei tempi. E provo subito a lanciarne un paio.
La prima è che il tiro delle lobby del politicamente corretto si è alzato moltissimo: oltre a colpire opere letterarie, favole, protagonisti della storia e della cultura, revisionandone le trame o espellendoli dal Gotha dei maestri (ne possiamo trovare una consistente campionatura nel libro Politicamente corretto di Eugenio Capozzi, mai abbastanza consigliato), ormai l’obiettivo sono diventati i singoli pensatori e il loro ruolo pubblico, anche quando si tratta di personaggi del livello e del prestigio sociale e culturale di Roger Scruton, e anche a costo di fabbricarci sopra delle notizie stiracchiate o direttamente falsificate.
La seconda è che la “cacciata” è stata operata da un ministro conservatore di un governo conservatore: non sappiamo quanto questo sia stato fatto volentieri e quanto viceversa sia dovuto alla enorme pressione delle lobby. Ma dobbiamo prendere atto che gli spazi di protezione si stanno riducendo a vista d’occhio (potremmo dire che l’Ombra cresce, evocando Tolkien) e forse non possiamo continuare a pensare con lo schema del “governo amico”, ma al massimo di quello meno dannoso.

In ogni caso chi non vuole rassegnarsi deve concludere che ambedue le riflessioni conducono alla necessità impellente di una battaglia culturale molto ben fondata, e combattuta intelligentemente con obiettivi possibili.
Come ogni vera battaglia culturale, si dovrebbe cominciare dalle parole, e innestare un’energica reazione contro l’introduzione di un lessico che impedisce alle persone di parlare, e le costringe a spararsi addosso, secondo la felice espressione che mi ha formulato in un messaggio un caro amico psichiatra che “sta sul pezzo” a Londra: da una decina di anni l’introduzione di termini che rinviano a disagi psicologici o a vere e proprie patologie psichiatriche sta avvelenando il lessico politico, e sta sostanzialmente riportando in auge la psichiatrizzazione del dissenso, che era abituale nell'universo concentrazionario sovietico. Non dobbiamo dedurre per forza che le cose si ripetano del tutto intenzionalmente: probabilmente all'inizio questi termini vengono usati in senso metaforico, diventando poi man mano, a valanga, motivazioni di atti politici, di iniziative censorie e perfino di proposte di legge. Per finire, spaventosamente, alla riduzione a malato mentale dell’interlocutore con opinioni in contrasto con le proprie. Questa deriva, comprensiva della diagnosi "in assenza", praticata da personaggi quasi sempre del tutto estranei alla professione medica, è stata individuata da alcune voci libere e responsabili, ma stenta a farsi strada nel discorso pubblico, dove si manifesta invece con virulenza crescente.
Il rifiuto di una terminologia basata su termini come omofobia, islamofobia (e altre astruse e pittoresche varianti di origine psicopatologica che vengono appiccicate agli interlocutori senza mai spiegare quale medico abbia emesso la diagnosi) dovrebbe essere il primo passo per bandire dalla nostra società il virus orwelliano che vi si è installato. Senza neppure lontanamente tentare di combatterlo con espressioni di parte opposta, ma ugualmente fuorvianti: ma questa è ancora un’altra storia, e comincia dal brutto “oiko-fobico” in cui è cascato anche Sir Roger. Bisognerà riparlarne.

[Pubblicato sull'Occidentale del 17 aprile con leggere differenze e senza link ipertestuali]

mercoledì 27 marzo 2019

Unità d'Italia: una festa poco sentita....e poco riuscita

Il 17 marzo si celebra l’anniversario dell’Unità d’Italia, ossia della proclamazione del Regno d’Italia avvenuta il 17 marzo 1861. Ma è una festa che passa quasi inosservata e, tra i pochi che la ricordano, una fetta consistente la confonde con la Festa del Tricolore, in cui si commemora l’adozione del tricolore da parte della Repubblica Cispadana il 7 gennaio 1797.

Tanto per cominciare, la data del 17 marzo si presenta un po' maluccio: è il giorno in cui Vittorio Emanuele II di Sardegna divenne Re d'Italia. Attenzione: secondo. In questi casi, con la nascita di un’entità statuale nuova, si dovrebbe ricominciare da uno, e nella storia non mancano esempi. 
Ancora più stupefacente fu la vicenda della numerazione delle legislature: il 18 febbraio si riunì a Torino, presso Palazzo Carignano, già sede del Parlamento Subalpino, il nuovo Parlamento che già si definiva italiano, pur numerandosi come VIII legislatura, continuando così la numerazione delle legislature del Regno di Sardegna.
Aver conservato la numerazione dinastica e parlamentare del Regno di Sardegna "fa tanto annessione", prima di tutto sul piano simbolico, che non sarebbe mai da sottovalutare.
E di annessione forzata parlano i meridionali, di forzata laicizzazione parlano i cattolici, di unificazione centralista parlano i federalisti. Insomma, l'unità nazionale appare a molti come un'operazione fatta dall'alto, in contrasto con l'identità profonda della nazione italiana, caratterizzata dalla pluralità delle storie municipali e regionali e dal radicamento nella tradizione cristiano-cattolica.

Se confrontiamo la situazione attuale col 1961, quando si celebrò il centenario dell’unità in un clima sostanzialmente unanimistico, il minimo che possiamo notare è che queste riserve oggi hanno una circolazione molto più forte, e che non c'è quasi nessuno che non le consideri in tutto o in parte ragionevoli. 
La sottolineatura del carattere poco popolare del Risorgimento d'altronde fa parte anche di una consolidata lettura di sinistra della storia italiana, come pure da tempo è stata evidenziata la brutalità della repressione piemontese nella "conquista del Sud", usando il titolo fortunato di un libro di Carlo Alianello che in qualche modo ha fatto epoca, fino a diventare praticamente un luogo comune della narrazione diffusa nel Meridione. Sono largamente conosciute anche alcune delle più consistenti doléances, come l'introduzione della coscrizione obbligatoria, l'impoverimento ulteriore dei ceti contadini - non solo al Sud, ma anche in vaste aree del Centro e del Nord-  e il massiccio ricorso all'emigrazione come uscita dalla grave crisi sociale. 

D’altra parte l'unità nazionale d'Italia, anche se dal punto di vista statuale è stata conseguita solo nel 1861, non è certo un’invenzione della retorica risorgimentale: ha radici lontane e, andando anche oltre l’insuperata consapevolezza dantesca, la si potrebbe far risalire fino alla riforma di Augusto, e alla contestuale organizzazione delle regiones, con la loro stupefacente persistenza nel tempo. A questo proposito è stato osservato come l’Italia sia l’unica nazione europea che ha un “battesimo” precedente al Medioevo.  Perciò non si dovrebbe accettare superficialmente la negazione dell'unità in nome dei difetti con cui l'unità politica è stata realizzata. 

Piuttosto è necessario insistere sulla riformulazione del patto fondativo nazionale, valorizzando le identità trascurate e inserendo definitivamente le pluralità storiche e territoriali nella "narrazione" unitaria della nazione italiana. I processi di allargamento dell’autonomia regionale in atto, opportunamente governati e bilanciati, possono essere un’occasione da non sprecare, se si ha a cuore la “lunga durata” dell’idea di Italia. In questo contesto la proposta della macro-regione meridionale, lanciata da Caldoro, Quagliariello e Sansoni, non solo è di pressante attualità, ma anche di profonda lungimiranza.
C’è da dire che le prospettive autonomistiche proprie del patrimonio tradizionale della Lega e quelle “comunitarie” care ad ampi settori delle destre tradizionali, anche di matrice cattolica, in più di un osservatore suscitano riserve: in primo luogo quelle frutto di una visione risorgimentalista e nazionale, legate alla preoccupazione per la disintegrazione dell’unità. Ma poi, si obietta ancora, per un verso l'enfasi sull'identità territoriale può virare verso la negazione del concetto romano di cittadinanza, mettendo in primo piano una visione legata al "sangue"; per un altro l'enfasi sulla composizione comunitaria della società (corpi sociali intermedi più che individui) può lasciare in ombra la concezione prevalente nelle costituzioni moderne, che tutelano le libertà individuali di pensiero, di comportamento, di opzione religiosa e politica. Anche un conservatore di rango come Scruton ha evidenziato questi punti critici, sottolineando la differenza tra appartenenza ad una nazione con la cittadinanza, e appartenenza per fede o per sangue ad altre – legittime- tipologie di società.

La scommessa di un centrodestra di governo sta nella capacità di armonizzare la prospettiva identitaria e comunitaria con la tenuta dell’unità nazionale e con le acquisizioni irrinunciabili della società liberale, basata sull'individuo e sull’habeas corpus: anche da questo dipende la possibilità di successo di un progetto politico-culturale di ampio respiro.

Certamente l'unità politica e culturale d'Italia si può e si deve festeggiare, ma con la giusta consapevolezza che è necessario affrontare con coraggio le vecchie piaghe: prima tra tutte quella della crescente arretratezza del Sud, che pone una seria ipoteca sulla possibilità di continuare a essere una nazione. Da questo destino avverso non ci salverà certo la retorica patriottica, ma neppure quella vittimistica.




(Pubblicato senza sostanziali differenze su Occidentale del 17 marzo 2019)

sabato 2 marzo 2019

Riti millenari all'Acqua Santa, di Aldo Venturini

RITI MILLENARI, PAGANI E CRISTIANI [1]

In località Acquasanta, presso Pietrafitta, in comune di Settefrati, appena la vedi, il cuore sobbalza come in una Polacca di Chopin.
E’ la Cappellina di Santa Felicita, unica in tutta la Diocesi.





Si presenta a pianta quadrangolare con volta a botte. All'interno, sulla parete di fondo, c’è un piccolo altare sormontato da un quadro raffigurante la Santa, circondata dai sette figli, che impugna la palma simbolo del martirio subìto attorno al 150 dopo Cristo.






Al centro del pavimento si apre un tombino che permette di vedere una polla d’acqua sorgiva.

Ecco, dunque, dove si riscontra l’unicità e la sacralità di una Cappellina costruita su di una sorgente. L’acqua ribollente si riversa, attraverso tre bocchette, nella vasca in pietra che divide la cappellina dal piazzale antistante. 


La sorgente per le sue qualità terapeutiche viene chiamata ‘Acqua Santa’. Ne hanno parlato gli storici alvitani Giulio Prudentio [2] nel 1574 e Giovanni Paolo Castrucci [3] nel 1633 scrivendo che sul luogo accorreva gente da tutta la contea di Alvito e dai paesi limitrofi.  Venivano con i loro figlioletti, soprattutto i più gracili. Dentro un canestro li immergevano nudi nella vasca, tre volte. E il Prudentio conclude "et più mirabile cosa che i figliolini dopo pochi giorni si vedono robusti e coloriti e con appetito naturale".

Lo storico Don Dionigi Antonelli ha raccolto nel suo libro Settefrati nel Medioevo di Val Comino [4] due testimonianze orali attestanti, ancora nel secolo scorso, la pratica dell’immersione di bambini nella vasca. La prima testimonianza è stata fatta da padre Marcellino passionista di Sora, al secolo Cesidio di Benedetto nativo di Campoli Appennino. La seconda è stata rilasciata dalla sig.ra Antonietta Nizzardo, Nenetta, la mia indimenticabile nutrice, che insieme ai suoi fratelli fu immersa dai suoi genitori nell'Acquasanta.

La Cappellina è meta, ancora oggi, di pellegrinaggi. Il 10 agosto, di ogni anno, da parte di compagnie di Scanno (Aquila), Pettorano (Aquila) e di Terelle (Frosinone) in viaggio verso il Santuario di San Gerardo, sono soliti soffermarsi presso la Cappellina con il triplice scopo di pregare la Santa, di mangiare e rinfrescarsi e non ultimo, di farsi ‘commare e compare’.
Il rito di comparatico consiste, come attesta lo storico Eugenio Maria Beranger [5] "nello stringere, incrociandoli, i mignoli, nello spruzzare l’acqua santa sopra le mani e nel recitare tre Padre Nostro, tre Credo e tre Gloria al Padre". Al termine di ogni preghiera, la persona che ha proposto il comparatico traccia il segno di croce sulla palma della mano destra dell’altro, mentre alla fine del rito si ripete insieme "Santa Felicita, prega per noi; Santa Felicita, accompagna noi; Santa Felicita, cammina con noi". Solo allora si è ufficialmente compare e comare. E’ un impegno di amicizia che dura tutta la vita, un’usanza che si praticava anche a Canneto fra i pellegrini lungo le rive del MelfaDopo questa sosta, i pellegrini ripartono alla volta del Santuario di San Gerardo, dove vengono ricevuti, con grandi accoglienze, dalle Autorità e dalla popolazione di Gallinaro.


Ma la festa liturgica di Santa Felicita cade il 10 luglio.

Con una scaletta di legno, calata come ponte levatoio, il sacerdote accede alla cappellina e dice messa. Alcuni anziani assistono alla liturgia.

Torna alla mente Domenico Colarossi, che, insieme ad alcuni compaesani, provvedeva alla manutenzione della struttura. Era sempre lui che andava incontro ai pellegrini poco prima della chiesetta e procedeva allo scambio di piccoli doni.
Il Priore degli Scannesi, recante nella mano sinistra il classico ‘bastone di San Gerardo’, porgeva biscotti e dolci e il nostro Domenico una cesta di “lécene”, saporite e profumate susine.
Erano piccoli, grandi gesti di un rito millenario da parte degli ultimi custodi di questa meravigliosa tradizione.
Ma un gruppo di passeri chiassosi irrompe sul piazzale con i loro battibecchi di corteggiamento e ci riporta alla realtà. Poco più in là, le macchine sfrecciano veloci lungo la superstrada.
Purtroppo, i nuovi anoressici spirituali del duemila non hanno più voglia né tempo per recitare una preghiera e per ascoltare il crepitio dei lumini accesi su di un altare spettinato dal vento.

Aldo Venturini



[1] Il testo è stato pubblicato per la prima volta su Settefrati.net il 17 gennaio 2010; poi ripubblicato in più riprese sulle pagine Facebook Settefrati Il Giornale e Parrocchia San Michele Arcangelo Pietrafitta.
[2] Pag. 243. La Discrittione di Giulio Prudenzio, nipote per parte materna dellʼumanista Mario Equicola,  circolò in più redazioni manoscritte; tra le dizioni a stampa disponiamo in anastatica di quella pubblicata a Chieti nel 1908 (r. in Domenico Santoro, Pagine sparse di storia alvitana, s.i.l. 1974).
[3] Pag. 78. La Descrizione del Ducato di Alvito (edizione del 1863) del Castrucci è disponibile on line qui. L'editio princeps del 1633 porta il titolo Descrittione... Sui due storici alvitani Prudenzio e in particolare Castrucci si veda lo studio di Lorenzo Arnone Sipari, apparso su Studi Cassinati, n.1(2017).
[4] Dionigi Antonelli, Settefrati nel Medioevo di Val Comino, Castelliri, Tipografia Pasquarelli, 1994, pag 5.
[5] Eugenio Maria Beranger, Santa Felicita a Pietrafitta in comune di Settefrati, in "Tradizioni popolari e folklore a Ferentino: atti del convegno... 11 dicembre 1994, a cura di Biancamaria Valeri, Casamari, 1996, pag. 9-31.
Il testo, accurato come tutti i lavori del compianto Beranger, è ricco di particolari storici e folklorici e dotato di una strumentazione bibliografica di prim'ordine. Tra l'altro il B. sottolinea come questo luogo di culto, meta di un pellegrinaggio "transappeninico"abbia avuto - insieme ad altri (La Madonna di Canneto a Settefrati, S.Angelo a Balsorano, la Madonna delle Grazie a Sora, la Madonna del Buon Consiglio di Genazzano, La Santissima Trinità di Vallepietra e, ovviamente Loreto e Monte Sant'Angelo)  - un ruolo importante nella formazione della koiné laziale-abruzzese, su cui aveva tanto insistito Ernesto Giammarco (di cui si veda Area culturale del Lazio meridionale, Sora, 1978). il Beranger sottolinea anche il diffuso legame dei luoghi culto della santa con la presenza di acque sorgive, e sacre.

venerdì 22 febbraio 2019

Ruanda: il genocidio avvolto nell’ambiguità di una serie televisiva


In questi giorni Netflix ha annunciato una miniserie di 8 episodi, Black Earth Rising, incentrata sul dramma del genocidio ruandese
Sarebbe una notizia da salutare con entusiasmo, soprattutto se consideriamo che questa vicenda qui in Europa non è ben conosciuta dal grande pubblico e che, al di là delle canoniche commemorazioni annuali, spesso – così remotamente confinata com'è “alle falde del Kilimangiaro” -  è avvolta in una nebbia di ignoranza e di approssimazione. E quindi, potremmo dire, che c’è di meglio di una bella serie televisiva, di quelle che appassionano e nello stesso tempo trasmettono la conoscenza di fatti atroci e la consapevolezza morale della loro gravità?

La storia recente del Ruanda non è semplice. La divisione tragica tra le due etnie Tutsi e Hutu ha molte cause, che per i più sono legate al periodo coloniale e a stratificate rivalità tra i due gruppi etnici, presenti anche in Burundi e in Uganda. La rivalità, con fasi alterne di predominio, ha segnato tutta la storia postcoloniale dell’area: la si può approfondire anche a partire dalle voci delle enciclopedie in linea, avendo l’accortezza di seguire filoni documentali accurati, perché la narrazione ha tuttora aspetti controversi. 




Di fatto i Tutsi erano stati estromessi dal potere dagli Hutu che costituivano l'80% della popolazione e che, dalla rivoluzione del 1959, detenevano completamente il potere. 
L’evento che fece precipitare la situazione fu l’abbattimento dell'aereo del presidente Juvénal Habyarimana il 6 aprile 1994. Subito dopo cominciarono i massacri della popolazione tutsi e di una parte di quella hutu, ad opera della Guardia Presidenziale e dei gruppi paramilitari Interahamwe e Impuzamugambi, con il supporto dell'esercito governativo. Il segnale dell'inizio delle ostilità fu dato dalla radio RTLM che invitava, per mezzo dello speaker Kantano, a seviziare e ad uccidere gli "scarafaggi" tutsi.
I massacri ebbero termine nel luglio 1994 con la vittoria dei Tutsi dell'RPF (Fronte Patriottico Ruandese).
In quei 100 giorni vennero uccise sistematicamente (a colpi di arma da fuoco, di machete e di bastoni chiodati) almeno 500.000 persone. Le stime sul numero delle vittime sono tuttavia cresciute fino a raggiungere cifre dell'ordine di circa 800.000 o 1.000.000.
Per avere un’idea delle dimensioni di questo genocidio bisogna ricordare che il Ruanda aveva allora circa 7 milioni di abitanti.
Ci furono molti profughi, in Belgio, Francia, America e – in numero minore- anche in Italia. 

La storia del genocidio ruandese era già stata trattata nel cinema: basta ricordare Hotel Ruanda, del
2004. Ma ce ne sono anche altri, e perfino una pièce teatrale. La serie Netflix appena sbarcata, prodotta dalla BBC, si presenta con una fisionomia particolare: racconta la storia di Kate Ashby, una giovane sopravvissuta al genocidio che nel corso della storia si rende conto di essere, in realtà, una sopravvissuta a un massacro commesso dal Fronte patriottico ruandese (RPF), cioè i tutsi che posero termine al genocidio.
Il regista (e scrittore) Hugo Blick ha invocato il diritto di un artista di far luce su aspetti trascurati della storia recente del Ruanda, cioè il fatto che l'RPF abbia a sua volta commesso delle efferatezze.
Tuttavia questo bilanciamento mediatico tra le centinaia di migliaia di vittime deliberatamente massacrate con un piano predisposto da tempo e alcuni eccessi commessi da un esercito di liberazione in guerra ha fatto indignare le associazioni dei sopravvissuti e ha dato luogo ad alcuni  interventi circostanziati, come quelli di Laetitia Tran Ngoc,”researcher specializzata in Africa centrale e orientale con sede a Bruxelles”, su Huffingtonpost.uk dell’8 febbraio e di Jessica Gérondal, “militante afrofemminista panafricanista” su Mediapart dell’11 febbraio.
Ambedue hanno sottolineato il fatto che la libertà artistica non può arrivare a ribaltare lo schema fondamentale di una vicenda, con la scusa di indagarne un lato nascosto e minore. 
Abbastanza provocatoriamente Laetitia Tran Ngoc nel suo articolo si chiede: “Possiamo solo immaginare l'indignazione che avrebbe sollevato una serie contemporanea che utilizza un approccio simile per l’Olocausto? Se la BBC avesse deciso di trasmettere la storia di una donna che, avendo creduto per tutta la sua vita di essere una sopravvissuta dell'Olocausto, scoprì che era, in effetti, una delle vittime degli attacchi delle forze alleate che il popolo tedesco soffrì durante la seconda guerra mondiale?”. Chiosando la researcher, per la verità il paragone più calzante non sarebbe tanto con la vittima di un bombardamento alleato, quanto con la vittima di un gruppo di resistenza ebraico, immaginando una situazione del genere in una fiction, perché – si sa – in realtà purtroppo la storia non ci ha consegnato nessuna testimonianza di resistenza armata alla shoah.
E, assai polemicamente, Jessica Gérondal aggiunge: “Il privilegio bianco è anche arrogarsi il diritto di prendere una storia traumatica, modificarla, deformarla e esotizzarla a modo proprio con lo scopo di ricavarci tanti soldi. Prendete in più una piattaforma massicciamente seguita come Netflix e il gioco è fatto”
Possiamo dire che hanno torto?

Ma ancora: dopo l’orrore del 1994 il nuovo Ruanda ha intrapreso un percorso di pacificazione, cancellando con magnanimità dal 2007 la pena di morte, anche per i reati connessi al genocidio, e istituendo fin dal 2001 i tribunali gacaca (pronunzia gaciàcia), ispirati alle istituzioni tradizionali alle quali nei villaggi era affidata l'amministrazione della giustizia: all'imputato che riconosce la sua colpa, chiede perdono alla famiglia e al villaggio e si impegna a risarcire i danni arrecati, la comunità riconosce il pentimento, accorda il perdono e può tornare alla vita normale. Attraverso i gacaca sono passati miglia di ruandesi, e la popolazione è stata aiutata a riprendere un cammino comune, oltre le vecchie e tragiche divisioni.

Se si pensa che il tribunale internazionale di Arusha al 31 dicembre 2015 aveva portato a termine meno di un centinaio di processi, si capisce come la risposta ruandese, basata sulla concezione tradizionale dei rapporti comunitari, sia stata importante per rimarginare veramente le ferite. 
Inoltre in tutto il paese, su iniziativa del governo di Paul Kagame, viene messa in atto una costante attenzione educativa e mediatica a distinguere le responsabilità, valorizzando il ruolo degli Hutu che non parteciparono al genocidio e anzi, in vari casi, aiutarono i Tutsi perseguitati.

Mi pare che una serie come Black Earth Rising, che in qualche modo “ribalta” la ricostruzione storica, mettendo al centro della scena – e quindi del senso comune di milioni di telespettatori - una lettura “ribaltata” della vicenda del genocidio, non solo non aiuti questo processo virtuoso della società ruandese, ma rischi fortemente di contribuire a vanificarlo.

(Testo pubblicato con piccole differenze sull'Occidentale del 21 febbraio 2019)

lunedì 11 febbraio 2019

Le foibe per non parlare del fascismo? O magari il fascismo per non parlare delle foibe?


Il Manifesto del 6 febbraio ha dato il suo contributo al “giorno del ricordo” con un articolo di Davide Conti intitolato “Le foibe per dimenticare i crimini del fascismo”, con un chiaro sottotilo: “Giorno del ricordo. I mancati conti col nostro passato fascista e l’assenza di una ridefinizione della complessità storica, fanno sì che le foibe vengano presentate come pulizia etnica o come violenza perpetrata contro gli italiani in quanto tali”.

Il contenuto dell’articolo ha indubbiamente il merito di rappresentare senza troppi giri di parole quello che altri sostengono in modo confuso, e  talora utilizzando slogan offensivi per la memoria della gente italiana del confine orientale: i torturati, gli infoibati, gli esuli.
Prima di entrare nel merito può essere d'aiuto un’osservazione preliminare, ossia che l’assunto del titolo potrebbe essere facilmente rovesciato, e si potrebbe tranquillamente fare il contrario, cosa che in realtà è accaduta prevalentemente finora: rimuovere i crimini perpetrati contro gli italiani spostando il discorso sugli antecedenti, ossia la politica fascista in Istria, Slovenia e Dalmazia. La polemica storico-politica è ricca di circoli viziosi di questo tipo, che non solo riescono a intorbidare il racconto delle vicende storiche, ma veicolano un errore grave dal punto di vista logico e concettuale, e cioè che la successione di due fatti negativi produca somma zero, anziché, come è ovvio, somma -2: un errore concettuale che poi si paga pesantemente in termini di giudizi etico-morali e infine, di quella relativa obiettività a cui possiamo imperfettamente aspirare.

Andando più nel merito, credo che non ci si debba mai sottrarre al richiamo alla complessità e alla ricerca dei precedenti e del contesto, che sono il sale della ricerca storica: questo è un punto che veramente dovrebbe essere sempre tenuto fermo. Sempre, però, e non solo quando i crimini sono attribuiti alla parte per cui si fa il tifo (se, per capirci, mi si lascia passare l’espressione un po’ calcistica e riduttiva). In particolare è vero che questo caposaldo è importante in tutta la vicenda del confine orientale, in cui la conoscenza del ventennio precedente è essenziale. Anzi credo che per inquadrare adeguatamente il dramma del 1943-1947 si debba risalire almeno alla caduta dell’impero sovranazionale austro-ungarico, e alla fine della coesistenza delle etnie al suo interno, non sempre idilliaca, ma sostanziale, almeno dal punto di vista istituzionale.



Un profugo di rango, Enzo Bettiza, nel suo capolavoro Esilio ha messo in luce la ricchezza ma anche la complessità della convivenza in Dalmazia fino alla prima guerra mondiale, fissando nel Trattato di Rapallo del 1920 e nelle dolorose “opzioni” tra nascente Jugoslavia e Italia il punto discriminante per il futuro degli italiani istro-giuliano-dalmati. 


E già, perché la presenza italiana in tutta quell’area non si può certo far risalire all'occupazione fascista: complessità per complessità, precedenti per precedenti, sarebbe necessario allungare lo sguardo a ciò che fu la presenza veneziana fin giù alle Bocche di Cattaro, al limite dell’Albania, dove ancora oggi se ne avvertono i segni e perfino le tracce linguistiche, devo dire anche con qualche commozione. Complessità per complessità ovviamente potremmo scendere nel dettaglio delle differenze tra Istria e Dalmazia, e –ancora più in particolare - tra Pola, Fiume, Zara, Spalato e Ragusa: tutti piccoli mondi antichi, con le loro belle particolarità, di cui fece un tutt'uno la grande tragedia dell’esodo dopo la seconda guerra mondiale.



Insomma l’entrata in gioco della complessità, dei precedenti e dei contesti non deve far paura. E’ pur vero che a forza di spiegare gli eventi storici qualche volta si corre il rischio di scivolare nelle giustificazioni: la storiografia convive con questa zona grigia, in cui la linea di confine non è sempre chiarissima, ma è un rischio che è costretta a correre, per sopravvivere come disciplina seria e per svolgere il suo compito con dignità.


Sul filo di questa linea incerta, e costantemente a rischio di superamento, entriamo però nella zona più opaca delle tesi veicolate dall'articolo del Manifesto, e in modo neppure tanto implicito: che significa che nelle celebrazioni del giorno del ricordo le foibe sono “presentate come pulizia etnica o come violenza perpetrata contro gli italiani in quanto tali”?  Significa che non lo furono?  Nei fatti la documentazione storica ha dimostrato senza ragionevoli smentite che la pulizia etnica fu programmata e che la rimozione violenta della presenza italiana fu perseguita con determinazione. Derubricare l’infoibamento di migliaia di persone e l’esodo di centinaia di migliaia a falli di reazione e occasionali vendette contro i fascisti, come continuano a sostenere alcuni settori particolarmente legati alla narrazione titino-comunista di quegli eventi, sarebbe – e lo è nei fatti-  veramente un brutto servizio alla memoria storica.
Anche i dettagli efferati e la disumanità dei trattamenti –con un copione uguale su tutto il territorio istriano- non lasciano spazio per l’interpretazione della vendetta occasionale e furono programmati scientemente, come in ogni genocidio che si rispetti (a cominciare dalle file di persone legate col filo di ferro e spinte nelle foibe alternando vivi e uccisi). E’ documentato che non furono colpiti solo fascisti o presunti tali, ma genericamente gli italiani, specialmente se figure in qualche modo socialmente rilevanti, secondo uno schema che i comunisti hanno utilizzato frequentemente nel corso del Novecento: preti, maestri, postini, professionisti; ma anche tanta gente comune.

Oggi che la Repubblica Italiana ha deciso di rendere omaggio a queste vittime, superando decenni di oscuramento deliberato e fazioso, è proprio il caso di scivolare dall'analisi storica al giustificazionismo corrivo, o peggio al puro negazionismo?

Andando verso la conclusione Conti richiama l’attenzione sulparadossale voto della commissione Cultura della Camera che… vorrebbe impedire all’associazione dei partigiani [sarebbe filologicamente più corretto ‘a un’associazione di partigiani’, ma vabbè] ... di parlare nelle scuole pubbliche del confine italo-jugoslavo durante la seconda guerra mondiale”. Ecco, prima di dire ‘paradossale’ bisognerebbe forse chiedersi se per caso dietro questa polemica magari non si nasconda la pretesa di perpetuare il monopolio di una narrazione storica non sottoponibile a verifiche e revisioni, e se a parlare dei “traditori” della divisione partigiana non comunista Osoppo e dell’eccidio di Porzûs, tanto per fare un esempio, nelle scuole devono essere chiamati solo quelli della comunista Garibaldi, che ne furono gli autori.


Da ultimo (ma non è certo ultimo punto per rilievo simbolico): la sentenza finale con cui si chiude l’articolo, quella che possiamo definire la morale della favola,Più ancora di ciò che abbiamo fatto noi partigiani si deve parlare di ciò che è stato il fascismo. Solo così sarà possibile seppellirlo per sempre”, è una frase di Rosario Bentivegna, un gappista membro del gruppo che partecipò al discutibile (e ampiamente discusso) attentato di via Rasella contro un reparto di reclute tedesche, che qui assurge a testimonial della corretta visione della guerra civile.
Siamo sicuri che rivendicare personaggi e episodi di questo tipo sia un modo accettabile di tener conto della complessità storica? E di suscitare la giusta pietas che scaturisce dalla memoria condivisa, tante volte e tanto retoricamente invocata?
Decisamente mi pare che siamo proprio fuori strada.

[Il testo è comparso con lo stesso titolo, con lievi differenze e privo di link, sull'Occidentale del 10 febbraio 2019]


lunedì 4 febbraio 2019

Il mulino ad acqua sul Melfa: uno scritto di Aldo Venturini


Il calendario di Facebook, sempre attento alle ricorrenze, oggi ha riportato a galla un bellissimo servizio [mi è stato promesso un caffè per ogni "bellissimo", e io accumulo] che il mio amico Aldo aveva confezionato per il sito Settefrati.net nel 2009 e poi ripubblicato nella pagina di Settefrati il Giornale nel 2017.
Mi permetto di riprodurlo, perché questa importante testimonianza di storia e di tecnologia della Valcomino non sia travolta ancora dalla corrente inesorabile del timeline.




L'antico mulino ad acqua delle Mole di Vito 

    di Aldo Venturini




Sono stato sulla macchina del tempo. Alla guida c’era Filippo Volante – Di Vito, un amico che abita in una frazione del comune di Picinisco che ha preso il nome dai suoi antenati: Le mole Di Vito.
Assieme ad altre quattro famiglie è proprietario di una società che gestisce un antico mulino ad acqua.

Rinnovata nel 1811, questa società lo era già stata nel 1754 e prima ancora nel 1600.

I documenti non vanno oltre ma la profondità degli occhi azzurri di Filippo lascia intravedere che quel pezzetto di mondo gli appartenga da sempre.

Preso un secchio di granturco dal granaio, mi porta poco vicino alla sua grande casa, dove sorge un mulino acquattato sulla riva del fiume Melfa, laddove esiste un certo dislivello.
Uno stretto canale artificiale convoglia l’acqua sull'unica ruota idraulica, ancora funzionante, impiantata sotto il mulino.
Filippo, dopo aver aperto la porta stridula, riempie un piccolo serbatoio (tramoggia) sopra la macina.
Il mulino è lì fermo come su di un trono.
Gli ultimi gnomi che si sono attardati, incuriositi dalla mia presenza, scompaiono dietro le macine dismesse in fondo alla sala.
Ci siamo.
Filippo, con la sacralità di una liturgia antica, rimuove la saracinesca di legno che si frappone tra l’acqua e la ruota idraulica.
Muove, poi, gradualmente una vite che distanzia la macina mobile da quella fissa ed è subito movimento.
I chicchi di granturco scendono gradualmente nella bocca della macina mobile e vanno ad essere stritolati, frantumati tra le due pietre in movimento.
La farina ottenuta si raccoglie nelle scanalature scolpite sulla pietra ed il movimento rotatorio la porta a cadere in un recipiente di legno.


.
In Europa, l’uso dei mulini ad acqua iniziò verso l’anno mille.


Furono i monaci benedettini che ne diffusero capillarmente l’utilizzo .L’utilizzo dell’energia idraulica, al posto di quella animale o umana, permise un aumento della produttività senza precedenti.Un mulino ad acqua può macinare 150kg di grano in un’ora, equivalente al lavoro di quaranta schiavi.
Con l’avvento dell’energia elettrica agli inizi del novecento, il motore elettrico soppiantò il mulino ad acqua.
Gli undici mulini che ancora sopravvivevano lungo il fiume Melfa furono dismessi.
Negli anni cinquanta anche le tre macine del mulino Di Vito.
Si fermò per prima la macina di granito francese con cui si otteneva una notevole raffinatura, poi quelle di granito della cava di Pofi.
La tramoggia è vuota, Filippo ghigliottina il flusso d’acqua lasciando calare la saracinesca di legno.
Il vecchio pavimento in tavolato di quercia ha un sussulto breve, gli ultimi cigolii della macina affogano nel rumore d’acqua che scorre nel letto del grande fiume.



Tutto si ferma.
Fuori sta scendendo la sera.
Nuvoloni bassi rimangono impigliati tra le querce del bosco di Castellone e Picinisco, in alto, appollaiato come un condor sulle pendici del Meta, occhieggia con le sue luci giallo periferia.
Il thè offerto dalla moglie Sandra Cucco e il sorriso delle graziose figliole, Maria Laura e Giulia, mi riscaldano dentro.
Mentre mi allontano in macchina, Filippo scompare dietro l’angolo per andare ad accudire la sua arca di Noè.
Forse sbaglio, ma anche nello spot televisivo, attorno alla casa del "Mulino Bianco" ci sono degli animali!!!
22 dicembre 2009
Santa Francesca Cabrini
Aldo Venturini



Il Monte Meta sopra Picinisco. Foto di Ciociariaturismo, scaricata dal web