giovedì 11 ottobre 2018

Il passaporto dello zampognaro



Quando si comincia a sentire aria di Natale - e ancora prima durante la Novena dell’Immacolata - nelle città a volte arriva ancora lo zampognaro. Che poi in realtà sono sempre in due, perché uno suona la zampogna e l’altro la ciaramella.  La coppia sembra uscita come per magia da un presepe napoletano, o da una stampa dell’Ottocento, salvo qualche particolare: la pelle ovina dell’otre per lo più è surrogata da uno pneumatico, ed è difficile che indossino il giacchetto regolamentare di lana di pecora, se non per un voluto recupero vintage.

Se siete fastidiosi come me e li interrogate sulla provenienza, dopo qualche generico “Abruzzo”, insistendo e precisando saprete che in moltissimi casi vengono dall'area delle Mainarde, tra Valcomino e il Molise isernino, una zona dove la zampogna è trattata con tutti gli onori: ogni anno si tiene un Festival internazionale della zampogna (Acquafondata) e ci sono musei  dedicati (ScapoliVilla Latina). Non mancano neppure iniziative di serio recupero musicale, con in testa l'associazione Calamus e l'attività di Gianni Perilli. Cosicché adesso l’interesse musicologico per la zampogna ha travalicato l’area molisano-cominense e ci sono esecuzioni di maestri di alto livello come Ambrogio Sparagna e gruppi musicali di tutto rispetto come I Musicanti del piccolo borgo, per non dire dei bravissimi del gruppo locale Decalamus.


Gli zampognari che si incontrano nelle città nel periodo natalizio però continuano a suonare come una volta i motivi delle “novene” (frequentissima Tu scendi dalle stelle) e restano in pieno nel solco tradizionale degli artisti girovaghi: in passato dalla stessa area provenivano  anche altre figure, che potremmo raggruppare nella categoria dei circensi “minori”: suonatori e giocolieri vari, e poi  i mitici orsanti, ben documentati anche nell'appennino parmense. 





Si sa che di questa tradizione girovaga c’è più di una traccia nella letteratura. 

Ricordo un poco noto e "minore" Gabriele D’Annunzio nel racconto Le Vergini, pubblicato nel 1884: "avevano una religiosa e familiare letizia quei suoni che i ciociari di Atina traevano da un otre di pecora e da un gruppo di canne forate".






E poi, obbligatoriamente, D.H. Lawrence, con il romanzo La ragazza perduta, del 1920 (Lawrence aveva soggiornato a Picinisco nel 1919) ambientato in paesi riconoscibilissimi, il cui co-protagonista è un suonatore ambulante proveniente proprio dalla Valle di Comino, finito a Londra girovagando.









Si sa un po' meno di altre fonti documentali più dirette, che pure non mancano: in una lettera del 1764 Ferdinando Galiani, segretario d'ambasciata a Parigi, a Bernardo Tanucci, ministro del re di Napoli, parlando di una carestia di grano che in quell'anno afflisse il tutto il Regno, e dunque anche i paesi della Valcomino, accenna agli zampognari della zona di Sora che girovagavano per l'Europa e che in questo girovagare avrebbero anche appreso l'uso alimentare della patata. 

L' Inchiesta agraria  per il circondario di Sora(1) rammenta l'antica tradizione vagabonda dei montanari di Picinisco e San Biagio Saracinisco, suonatori e conduttori di orsi per spettacoli di piazza.
1. Inchiesta agraria e sulle condizioni della classe agricola 1880-1885, VII, p. 345


Alle fonti si è aggiunto da poco un documento ritrovato a Picinisco, in casa di Walter De Santis e Dina Antonelli, fortunatamente sopravvissuto a più di 150 anni di possibili agguati di muffa, di topi, di acqua, di fuoco: Walter e la nuora Michela stanno sgombrando un po’ di roba dalla cantina, e sono lì lì per buttare il contenuto di un vecchio cassetto, quando Michela con uno sguardo rapido è attirata da un foglio piegato. Lo prende, lo apre e scopre che è un documento del 1848, un “passaporto” che autorizza Biasio Capocci -suppongo trascrizione di Biagio-  di condizione zampognaro, a passare il confine del Regno delle Due Sicilie per recarsi nello Stato Romano (si può ipotizzare a Roma per la Novena, come quelli del racconto di D’Annunzio a Pescara).





Dello zampognaro Biasio, che con questo recupero diventa in qualche modo un personaggio concreto della microstoria sociale, veniamo a sapere che ha 35 anni, è di statura bassa, ha il naso “giusto”, il mento regolare, la barba ordinata, i capelli e gli occhi “castagni”. Pare di vederlo, no? 

Ma avrà suonato la zampogna o la ciaramella? questo non c’è scritto, e non credo che lo sapremo mai.

Ultimo particolare, importante per la storia sociale. Guardate proprio in testa: Biasio non paga il bollo, il passaporto è gratis “perché povero”




Conclusione: lo zampognaro Capocci Biasio, di Picinisco, è girovago, va a suonare anche all'estero ed è povero. Certificato, con tanto di firma, dal Capitano della Guardia Nazionale Antonio Ferri.



Ringrazio Walter De Santis per avermi autorizzato a pubblicarlo e a scriverne. E Michela Gentile, per averlo salvato e per avermene mandato la foto  praticamente in tempo reale.

A chi voglia approfondire in modo dettagliato e documentato il tema, con riferimento specifico all'area molisana, consiglio la lettura di "Le migrazioni degli zampognari molisani nei secoli XIX e XX", di Antonietta Caccia.

giovedì 4 ottobre 2018

Le Apuane di Fosco Maraini tra Puntato e Col di Favilla



Faggi. Ancora boschi di faggi solenni, come quelli delle mie full immersion estive, il famoso “oro verde”, un oro che non ha impedito alla nostra gente di andarsene a lavorare e a vivere un po' meglio, lasciando i vicoli semideserti e le case col fuoco spento. 









Anche qui, tra Alta Versilia e Garfagnana, in mezzo alle Apuane, boschi di faggi e storie di paesi abbandonati.

Lasciata la macchina più o meno al Passo Croce, imbocchiamo il sentiero numero 11, direzione Puntato.

Il Puntato è un'area prativa a circa 1000 metri slm, con case e ricoveri sparsi. I monti vicini sono il Corchia, la Pania, il Freddone e il Pizzo delle Saette.



Passato il padule di Fociomboli con la sua particolare vegetazione, ci si imbatte in una gran quantità di “maestaine”, piccole maestà familiari votive, con dediche e immagini: la serie si conclude con la chiesa della Santissima Trinità, una specie di maestà maior. È aperta, ci stanno lavorando. Mi viene subito in mente Attilio Bertolucci e il suo non troppo lontano Appennino parmense. “Durerà, la costruzione boschivafin che dura il dolore e la pietà di chi abita ancora le terre alte che noi abbandonammo". 




Qui per la verità la pietà della gente che abita le terre alte è attiva e piena di buon umore: i due uomini che stanno riparando il tetto ci spiegano con tranquilla partecipazione che ci si dice la messa alcune volte durante l’anno, che la chiesa è di pertinenza della diocesi di Pisa e che a Terrinca (borgo di riferimento) c’è una bella festa medievale. Insomma, tutto il loro rapportarsi a noi viandanti  ha un sapore caldo di continuità, di cura e di amore per il proprio passato.






Si continua ancora un po' tra viali di faggi, poi il paesaggio cambia, subentra il castagneto, finché non si arriva alla chiesa di S.Anna a Col di Favilla, a 938 m slm. Qui si interseca un sentiero importante, il numero 9, che va da Isola Santa alla Foce di Mosceta: prendiamo nota per un largo giro ad anello quando la luce si riprenderà il suo spazio primaverile.







Il paese, nato come alpeggio dei pastori della Versilia, crebbe nel corso dell'Ottocento. Nel 1928 c'era ancora molta gente: lo testimonia il suo ospite più noto, Fosco Maraini, importante figura di etnografo e orientalista, grande alpinista, nonché molto altro. Qui fece le sue prime esperienze di montagna e da queste parti, "tra le due Panie" volle essere sepolto.
Abbiamo anche una sapida ricostruzione di quella vacanza giovanile.

Aveva ancora un centinaio di abitanti all'inizio degli anni '50 del 900, poi in un decennio la popolazione si spostò completamente verso il basso. Adesso è completamente disabitato.


Col paese anche la chiesa fu abbandonata e nel 1977 subì pesanti atti di vandalismo. Restaurata -per la pietà di quelli che “abitarono” le terre alte- ogni anno a luglio, in prossimità della festa di Sant’Anna, vi si celebra la messa: i discendenti dei colletorini (questo è il nome degli abitanti), si danno appuntamento e fanno visita anche al piccolo cimitero poco distante. Ci sono anche oggi (23 settembre), per la ricorrenza del restauro: si mangia polenta e cinghiale, costo 20 euro.


Tutto qua, semplicemente prefigurazione del destino della dorsale appenninica che si sta spopolando tutta? Devo dire che, ancora ammirato per questo legame che non si spezza, il pensiero è andato subito all'inverno - le case vuote, il vento, la pioggia- e con una fitta dolorosa ho percepito  in queste visite estive un intristente retrogusto cimiteriale.




La tomba di Fosco Maraini nel suggestivo cimitero dell'Alpe di Sant'Antonio, di fronte alla sua Pania





venerdì 20 luglio 2018

L'infedeltà di Francesca, da Dante a Mogol: quasi un caso "di genere"



E' risaputo che i nomi di persona non sono mai completamente neutrali: se uno si chiama con un nome un po' raro, non dico proprio Aida, ma anche Otello, Violetta, Norma, Tosca, lo sa fin da piccolo che il suo nome evoca personaggi univoci e inconfondibili. Stesso discorso per i Benito, i Palmiro, e anche i molti meno Alcide, assegnati quasi sempre con un'intenzionalità piuttosto chiara.
Molto diverso è il destino di chi porta nomi a larga diffusione, quella decina che la fanno da padrone e  che da soli costituiscono  la maggioranza: Antonio, Giovanni, Luigi, Francesco, Tommaso, Anna, Maria, Clara/Chiara, Luisa non veicolano alcun segnale direzionale univoco, e sono il portato di una tradizione plurisecolare legata all'importanza e alla notorietà dei santi di riferimento



A lungo in tutta Europa il nome più diffuso è stato Giovanni: lo testimonia anche la storia dei cognomi, quelli del tipo "figlio di": i Johnson, Johansen e simili sono ancora oggi tra i più diffusi. Una curiosità: da noi, grazie alla varietà e alla fantasia che ci caratterizzano in ogni campo, onomastica compresa, questa predominanza è nascosta dietro le varianti Di Giovanni, Gianni/Giani, Ianni, Giannelli/Iannelli e via dicendo.

Tanto più risulta davvero stimolante quando qualche traccia evocativa si può trovare anche nei nomi "maggioritari" o, curiosamente -ed è di questo che voglio parlare-  nel cambio di genere: non so se è una mia scoperta (dubito, le cose importanti sono state scoperte e commentate già tutte, tutt'al più non lo sappiamo), certo è che ho trovato -come si dice- intrigante la differenza marcata nella  coppia Francesco/Francesca.

Mi spiego. 
Prendete Francesco.

Lasciamo stare che nella vita comune tutti ne conosciamo a bizzeffe: belli, brutti, buoni, cattivi, intelligenti, sciocchi e così via. Ma se andiamo nella fascia alta dei "portatori",  a cominciare dall' alter Christus di Assisi  segnato per primo dal dono delle stimmate, l'uomo dalle vicende così straordinarie da parere quasi fiabesche, fino alla morte  profumata di leggenda-  statisticamente si impone come  un nome destinato a santi (San Francesco Saverio, San Francesco di Sales....) e a Re (di Francia, di Due Sicilie...).

E passando al femminile, che succede a Francesca? Non che manchino le sante: basta ricordare Santa Francesca Romana e Santa Francesca Cabrini. Ma la Francesca più famosa, quella che ricordiamo per prima quando il bel nome risuona, è Francesca da Rimini, adultera sorpresa in flagrante e uccisa, quella del quinto canto dell'Inferno dantesco (Poeta, volontieri parlerei a quei due che ’nsieme vanno,e paion sì al vento esser leggeri...) E' vero che quando leggiamo la sua storia a tutto pensiamo fuorché che Francesca stia nell'Inferno, e al fatto che con questa collocazione Dante abbia voluto rimarcare anche un personale distacco da certe suggestioni della letteratura cavalleresca: infatti c'è una vicenda nella vicenda, e gli amanti adulteri sono quattro, che si riflettono come in uno specchio, Lancillotto e Ginevra, Paolo e Francesca. Per noi e per i lettori di Dante che si sono susseguiti in 700 anni Francesca è l'archetipo dell'amore infelice e romantico, e l'ascolto di una buona recitazione del canto è ancora garanzia sicura di qualche brivido lungo la schiena: brividi e commossa solidarietà.

Ma non finisce qui: sorprendentemente, come nel riaffiorare di un fiume carsico, il nome replica la cifra dell'infedeltà in almeno due testi contemporanei. Forse ho detto "sorprendentemente" troppo presto; forse la prima Francesca ha suggestionato gli autori contemporanei, o forse il nome contiene e veicola una specie di destino?
Ecco la Francesca di Ezra Pound, la purezza corrotta:



Ezra Pound

You came in out of the night
And there were flowers in your hands,
Now you will come out of a confusion of people,
Out of a turmoil of speech about you.
I who have seen you amid the primal things
Was angry when they spoke your name
In ordinary places.
I would that the cool waves might flow over my mind,
And that the world should dry as a dead leaf,
Or as a dandelion seed-pod and be swept away,
So that I might find you again,
Alone.
Venivi innanzi uscendo dalla notte 
recavi fiori in mano
ora uscirai fuori da una folla confusa,
da un tumulto di parole intorno a te.
Io che ti avevo veduta fra le cose prime
mi adirai quando sentii dire il tuo nome
in luoghi volgari.
Avrei voluto che le onde fredde sulla mia mente fluttuassero
e che il mondo inaridisse come una foglia morta,
o vuota bacca di dente di leone, e fosse spazzato via,
per poterti ritrovare,
sola.

Lucio Battisti
Facciamo un altro passo: se ascoltiamo la notissima Non è Francesca di Battisti/Mogol, ci ritroviamo praticamente nella stessa atmosfera.
Con una sola differenza importante: la disperazione di Pound è conclamata, e la sua Francesca si potrebbe ritrovare solo se il mondo inaridisse, ovvero scomparisse tutto. La disperazione del testo di Mogol viceversa è sublimata da una finta incredulità, quasi quasi ancora più crudele.

domenica 10 giugno 2018

Un altro Sessantotto. Anzi, forse altri due


Cinquanta anni fa "scoppiò" la rivoluzione del Sessantotto. Come tutti gli scoppi e gli eventi della storia considerati improvvisi - dalla cosiddetta caduta dell'Impero romano in poi - l'anno fatale in realtà fu preceduto da una discreta gestazione di idee, costumi, musiche, atmosfere e parole d'ordine, almeno a partire dal 1960. 

E’ normale che oggi si assista a tante rievocazioni e convegni, con un gran fiorire di tentativi di lettura complessiva: quella data per molti segna simbolicamente uno spartiacque tra il mondo delle norme dei padri e dei doveri e il mondo della libertà e delle esigenze degli individui; salvo poi virare in parte verso l’estremismo totalitario in abiti esotici, sudamericani o asiatici: ma questa è un’altra storia ancora, che si interseca con la prima e ne va a determinare alcune interpretazioni a posteriori.

Le letture del Sessantotto sono per lo più di segno positivo, dal momento che l’onda lunga della società basata sui diritti individuali sembra aver vinto irreversibilmente, almeno nella nostra parte del mondo. E questo è considerato da molti un bene assoluto, sia pure al netto di qualche recriminazione sulle esagerazioni. Esistono letture di segno conservatore e anche decisamente tradizionalista, e in sintesi potremmo dire che sono quelle che mettono il segno negativo davanti agli stessi fatti, sottolineando il percorso che dalle prime rivolte religiose del tardo medioevo porterebbe sequenzialmente al tramonto dell’Occidente cristiano e comunitario e alla sua dissoluzione nella modernità (e postmodernità) irreligiosa e individualistica. Si tratta, come si sa, di due filosofie della storia che si fronteggiano in una guerra plurisecolare.

In questa contesa sui significati, più che legittima, si corre però il solito rischio che comporta una visione della storia più come storia delle idee che come serie di eventi riguardanti le persone concrete, il loro affetti, il loro modo di stare al mondo. Insomma, si avverte un po’ la sensazione di essere sempre immersi in una specie di brodo hegeliano, dove le idee contano più dei fatti, e gli schemi più delle persone.

Se invece facciamo uno sforzo di memoria e andiamo a rivedere le pulsioni e le suggestioni di quell'anno (e soprattutto degli anni immediatamente precedenti) troviamo una diffusa voglia di libertà individuale e di rifondazione autonoma dei valori, ma a fronte di una società “dei padri” praticamente afasica e generalmente incapace di fornire il perché delle sue norme e dei suoi divieti: questo è anche il 65-68 dei miei primi ricordi di conflitti generazionali. Se non si fanno operazioni troppo ideologiche non sarà difficile far riemergere lo stato comatoso di molte agenzie deputate alla trasmissione dei valori -dalla Chiesa alla scuola, dalle famiglie alle associazioni- la loro chiusura ad ogni interlocuzione che non fosse la recriminazione sugli “sbandamenti dei giovani”. Direi insomma che la molla principale e iniziale della rivolta giovanile fu psicologica: la ricerca di libertà e di significato. Su ambedue i fronti il mondo dei padri non era praticamente in grado di dare risposte. 





Aggiungerei che inizialmente il cleavage non fu affatto destra/sinistra: anzi, per quanto si trattasse di letture di nicchia, esisteva una sensibilità individualistica “di destra” che percorreva il mondo della rivolta beatnik, un po’ antimoderna, un po’ anarcoide, un po’ disgustata dalla mummificazione del mondo operata dal filisteismo borghese (vogliamo parlare di Kerouac?)

Se poi facciamo un altro passo, diciamo geograficamente di lato, quello che ho tentato di descrivere diventa quasi di evidenza palmare.
Negli stessi mesi, nelle capitali dell’Est le stesse generazioni, con la stessa aspirazione alla libertà individuale e alla ri-comprensione dei valori, trovavano davanti a sé i “padri” degli apparati ideologici comunisti, quei padri premurosi che si sarebbero presto muniti di carri armati per arginare l’avventatezza anarcoide dei giovani.

Parlarne non significa solo fare un’opera di restituzione di giustizia storica, o di anticomunismo incorreggibile, ma capire meglio l’interezza del fenomeno Sessantotto.
Parlarne non dovrebbe essere imbarazzante per nessuno, anche se certamente è un aspetto che mette un po’ in crisi la linea  Rivolta - Sessantotto - Comunismo esotico -Totalitarismo - Terrorismo.
L'ineluttabilità di questa  linea è falsificata dall'esperienza dell’Est, in cui il Sessantotto portò invece a una diffusa riscoperta dei valori di libertà e di responsabilità: il ruolo di guide intellettuali assunto da figure come Patočka, Bělohradský e Havel, con tutto l’ambiente della Primavera di Praga, non è separabile dal moto collettivo giovanile che si diffuse a Est e a Ovest della cortina di ferro.






Un libro meritevole (Guido Crainz, Il Sessantotto sequestrato: Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni. Donzelli, 2018) ha spezzato le facililetture “a schema” e ha mostrato come il fenomeno non fosse limitato alla Cecoslovacchia, ma riguardasse anche la Polonia e la Jugoslavia. In questi luoghi l’esito del Sessantotto non fu –come capitò almeno parzialmente da noi- una nuova utopia comunista, esotica e ancor più oppressiva, ma la riscoperta della libertà politica e dell’autonomia della società di fronte allo stato. E fu davvero la spinta per una ri-comprensione dei valori in opposizione alla “lingua di legno” dei padri.


Certamente da questa parte della cortina non trovarono tanti tifosi. Per quale motivo – si domandano i curatori del libro- “quegli studenti, quegli intellettuali, quei sostenitori di un ‘socialismo dal volto umano non trovarono nei movimenti studenteschi dell’occidente quel solidale sostegno che sarebbe stato necessario (né lo trovarono nei partiti comunisti)?”. 

Si pensi, per esempio, all'invasione della Cecoslovacchia. E “mentre i carri armati del Patto di Varsavia reprimevano brutalmente la Primavera di Praga, le stelle polari dei movimenti che protestavano nelle città italiane e francesi continuarono a essere i regimi comunisti di Cuba e Vietnam del nord, che quell'intervento sostennero a spada tratta. Nessuno si accorse, o volle accorgersi, di ciò che stava accadendo al di là della cortina di ferro, dove, da tempo, vari paesi erano attraversati da fermenti libertari che si preferì ignorare, se non, addirittura, condannare apertamente. La sordità del Partito comunista italiano fu pressoché totale, sino a diventare autentica complicità. Perfino ambienti della sinistra meno allineata, come quello che gravitava intorno alla rivista Quaderni Piacentini, non trovarono di meglio che accusare gli intellettuali che correvano gravi rischi tentando di alzare la voce contro l’oppressione comunista, di scimmiottare consunti modelli ideologici e politici dell’occidente. Crainz e gli altri autori svelano impietosamente la cecità dell’intellighenzia progressista e libertaria di casa nostra, che – dalle università alle case editrici – fu del tutto incapace di muovere un dito a favore di popoli vittime di dittature e repressioni. ”


E’ possibile almeno oggi, a 50 anni di distanza, uscire dalla prigione degli opposti schematismi e ridare un po’ voce alle ribellioni autentiche?

(Pubblicato sostanzialmente identico su L'Occidentale  on line del 12 giugno 2018)


lunedì 21 maggio 2018

La sorgente imprigionata del Melfa



Gli abitanti della Valle di Comino hanno un loro di Po in scala, dotato di una bella sorgente, sacra e memorabile. 


Per rivederla salgo ancora una volta a Canneto col mio amico di sempre, Aldo. Facciamo spedizioni più o meno prive di scopo da più di 50 anni: c'è stato un tempo (quando, pavesianamente, "era sempre festa") in cui vagavamo per i paesi della valle in bicicletta e a volte in tre sul vespino di Renzo. Giravamo filmini con la superotto, raggiungevamo feste della tarda estate quasi prive di presenze umane; assetati  di fantasie archeologiche, la cui pratica ci condusse una volta  sulle soglie della denuncia, andavamo a cercare luce dai pilastri della storia della Valle di Comino: per fare due nomi, padre Michele Iacobelli e don Dionigi Antonelli. Poi a noi e al mondo sono successe tante cose, e la più importante è che Renzo a un certo punto ha dovuto smettere di  partecipare alle spedizioni che sporadicamente, sempre più sporadicamente, abbiamo continuato a regalarci. 

Vabbè andiamo avanti. In questi giorni stiamo accarezzando l'idea della ricognizione di un antico ponte in pietra sul Melfa, di cui abbiamo appreso l'esistenza grazie alla presenza su Instagram di una bravissima fotografa e instancabile escursionista di Villa Latina; ma nel frattempo non siamo proprio inerti. E dunque siamo saliti in macchina a Canneto, dal momento che Aldo voleva filmare "il rigoglioso abbondare delle acque" e mostrarlo sulla sua pagina Facebook Settefrati Il Giornale.



La valle di Canneto è famosa soprattutto per il santuario della Madonna, dove dalle 4 regioni limitrofe accorrono devoti e pellegrini, anche organizzati in centenarie compagnie.
Ma nella valle c'è anche la roccia da cui scaturisce il Melfa.

Come in tutte le sorgenti che si rispettano, grava anche su questa il dubbio che sia un riaffioramento del torrente Acquanera (che nasce più su), ma noi della tribù cominense non ci curiamo di questo problema idrografico e sappiamo con assoluta certezza che la sorgente del Melfa sta là, sotto la roccia di Capodacqua, proprio nel punto in cui la Madonna infilò la mano facendo sgorgare l'acqua per la pastorella Silvana e lasciandoci pure la scia delle "stelluce" d'oro dell'anello.


In realtà poi le nostre certezze non sono così ingenue e adamantine, come ci piacerebbe raccontare: in quel punto esatto, prima che la Madonna apparisse alla pastorella di Settefrati, ci abitò per secoli un altro nume, Mefite, divinità italica delle acque, e come tale posizionata nel mezzo tra il cielo, alla cui luce le acque affiorano, e la terra, dalle cui profondità scaturiscono.  Fra parentesi, i dotti, che per mestiere fanno le bucce alle credenze, dicono che la storia di Silvana è nata sicuramente sulla scia delle apparizioni di La Salette e di Lourdes, e che si tratta di uno dei tanti casi di invenzione di una tradizione:  possibile, anzi probabile, anche se, adottando un punto di vista più strutturale e avendo d'occhio la "lunga durata", si dovrebbe piuttosto sottolineare la connessione ancestrale tra l'elemento numinoso dei boschi e delle acque e le fanciulle/ninfe/pastorelle, di cui questa leggenda potrebbe essere una traccia e un riaffioramento (Silvana - significativamente l'abitatrice della selva-  è un nome forse più da ninfa che da pastora e credo in passato fosse assai poco diffuso tra la nostra gente).

Nel 1958 i lavori per la captazione delle acque condotti dal Consorzio degli Aurunci fornirono la prova archeologica che quanto affermato costantemente dalla tradizione erudita, cioè che a Canneto fosse attivo in epoca precristiana il culto di Mefite, corrispondeva a una realtà fattuale: a 8 metri di profondità furono rinvenute monete, statuette fittili, mattoni. La cosa fu tenuta abbastanza "riservata", chi poté si accaparrò un po' di reperti, qualcuno, illuminato ma isolatissimo in paese, protestò, e amen: allora non usava l'accanita difesa del paesaggio e della cultura che conosciamo ora, il primo problema era il paventato blocco del cantiere e la perdita di lavoro. 


E così, senza altri approfondimenti stratigrafici, non sapremo mai se tra le due signore di Canneto, che condividono sicuramente il target dell'area di devozione, ci sia stata una continuità cultuale o viceversa un' interruzione dovuta alla frana (da terremoto?) che ostruì l'ingresso della valle come una diga, provocando col tempo il riempimento di ghiaia e di detriti che sta sotto al grande prato. 

Di più: a scorno permanente della nostra nicchia tribale, la sorgente sotto la roccia -locus sacer fin dai primordi della nostra storia comune, come diceva aulicamente  l'amico Antonio Socci, altro custode di memorie e fustigatore inascoltato di abusi - è stata sotterrata e recintata con tanto di rete metallica e filo spinato,  quasi fosse colpevole delle storie  che veicolava con la sua presenza, compreso il rituale magico della raccolta delle stellucce e della celebrazione della "comparanza" nel fiume.  In realtà il motivo dichiarato per la recinzione fu la salvaguardia igienica delle acque captate per l'acquedotto. A mo' di compensazione, a valle della sorgente mitica fu costruita una specie di falsa sorgente, che appaga i visitatori di bocca buona. Ma non certo noi, tenaci e resistenti, come i Sioux Lakota di Alce Nero nella riserva.


Sia come sia, in questa stagione l'acqua dilaga nella valle, arriva già abbondante dall'Acquanera, trabocca dal canale, si dissemina in rivoli gonfi e quasi in corsi paralleli del fiume; tutta l'erba del prato emerge da una specie di esteso acquitrino. Dalla stessa sorgente prigioniera sgorga un ruscello ribelle, che va  a finire nella pozza della sorgente falsa. E il fiume, appena nato, è già grande. 





Poi tutta l'acqua si avvia a superare la barriera che chiude la valle, proprio sotto il santuario, scende rapida tra le rocce, svolge il suo servizio idroelettrico a Grotta Campanaro e plana a Castellone, nel territorio di Picinisco, dove rende fertili i campi di mais, i frutteti, le famose coltivazioni di fagioli cannellini, e fornisce energia per i mulini ad acqua, un tempo numerosi: ne sopravvive un prezioso esemplare, mantenuto e utilizzato da Filippo Volante alle Mole di Vito. 




Poco oltre nell'Ottocento sorgeva la cartiera Bartolomucci, che ebbe dimensioni produttive importanti, e su cui vorrei tornare in un prossimo post dedicato anche alle attività agricole e zootecniche che i giovani dell'ultima generazione Bartolomucci hanno intrapreso.



Passata la piana di Atina, dove riceve il Mollarino, dopo Casalvieri il fiume si infila nelle ripide gole del Melfa, e nei pressi di Aquino sbocca nel Liri (il Verde dantesco)  prima che muti il nome in Garigliano. Là lo vide o lo annotò il geografo Strabone, che lo definì "grande fiume" (Geografia, V,3,9). Noi della nicchia tribale, che lo sappiamo piuttosto striminzito, abbiamo sempre pensato che fosse una tipica esagerazione un po' ruffiana e un po' disinformata, manco stesse parlando del Nilo, o che - ipotesi a lui più favorevole- la portata  fosse andata a scemare nel tempo

Da ieri però ci ha attraversato la mente un'altra ipotesi, divertente e fascinosa: che Strabone non sia venuto a Canneto come noi un giorno di metà maggio e il Melfa l'abbia visto davvero poderoso e grande, con i suoi occhi, come è capitato a noi?


lunedì 2 aprile 2018

Il caso Moro, le BR e quella tentazione di normalizzare i "cattivi maestri"



L’addensamento di anniversari in rapida successione a volte ci confonde un po’ le idee, mescolando eventi eterogenei, svolte storiche, e poi singoli eventi su cui magari non c’è neppure piena luce documentale. Abbiamo superato - e non del tutto senza danni, se mettiamo nel conto finale un po’di riflessioni di qualche peso e una certa abbondanza di esaltazioni acritiche - il centenario della rivoluzione russa e del colpo di stato leninista del ‘17. Quest’anno tocca al cinquantenario di quel variegato insieme di pulsioni, eventi e idee che va sotto il nome di ’68. Per ora sembrano prevalere i toni apologetici, i rimpianti dei reduci e il bilancio delle aspettative, in parte deluse in parte realizzate, del “mondo nuovo” della libertà sessuale, della vanificazione dell’autorità parentale e scolastica, e in generale della spinta verso un società incentrata sui diritti e sulla felicità individuale. Per la verità questo aspetto importante, sintetizzabile come “rivoluzione liquida” dei costumi e delle mentalità (definita icasticamente anche “quarta rivoluzione”) (*1) ha suscitato anche la risposta dell’area politica e culturale conservatrice, propensa a vedervi una tappa decisiva del “Tramonto dell’Occidente”.
Purtroppo le posizioni critiche non sono state mediaticamente rilevanti, forse anche per una loro oggettiva debolezza argomentativa: per dirla in breve, oltre alla consolidata scarsissima praticabilità nei media del mainstream, al campo conservatore sono mancati i grossi calibri filosofici, quelli alla Augusto Del Noce per capirci, mentre è stata più ricca la riflessione storico-politica. E qui bisognerebbe aprire una riflessione sugli strumenti culturali che il mondo liberalconservatore dovrebbe mettere in campo o rafforzare, anche considerando la contingenza politico-culturale che la nostra società sta attraversando: discorso lungo (o vaste programme?), e palla immediatamente rilanciata nel campo dell’Occidentale, della Fondazione Magna Carta e della rete, consistente ma non ben collegata, di iniziative e attività culturali di area.
Ma gli anni ‘70 non furono caratterizzati solo dall’espansione della rivoluzione liquida. In contrasto col filone anarco-individualista - ma qualche volta all’interno o collateralmente ad organizzazioni che erano nate con un’impronta più libertaria- maturò un’esperienza neoleninista che postulava la necessità della lotta armata da parte dell’avanguardia rivoluzionaria, a causa del fallimento delle politiche riformiste e della contestuale crescita inarrestabile dello “stato imperialista delle multinazionali”. Si trattava di una riflessione teorica e organizzativa tutta all’interno della storia del comunismo e del comunismo italiano, comprensiva di un passaggio di testimone - ben rappresentato dal ruolo fondante di una figura come Alberto Franceschini con il suo background familiare e politico a Reggio Emilia - dagli ambienti del vecchio PCI e della Resistenza legati a Pietro Secchia, che avevano subito ma non metabolizzato la svolta togliattiana.
A questa connotazione di disputa in famiglia va aggiunto il solido legame che l’organizzazione armata ebbe con servizi e ambienti dell’Est comunista, probabilmente ostili alla strategia del compromesso storico berlingueriano, che era stata dedotta da una intelligente analisi del golpe cileno, collocandosi nel solco della lezione togliattiana sulla necessità di comprendere accuratamente i contesti storico-sociali, cercando le opportune alleanze, ed evitare colpi di testa insurrezionalistici: come dire, quasi un sequel del match Secchia/Togliatti. In un primo momento l’apparato propagandistico del PCI e della sinistra fiancheggiatrice tentò di tutelare il suo buon nome e attribuire la nascita dei gruppi armati ad una trama della provocazione reazionaria e ovviamente “amerikana”. L’uso dell’espressione “sedicenti Brigate Rosse” fu persistente e virale, almeno fino al famoso articolo di Rossana Rossanda che mise a nudo la realtà dell’“album di famiglia”.
Un recente anniversario puntuale ha fornito l’occasione di parlare delle vicende della lotta armata e dell’humus ideologico in cui maturò. E avrebbe fornito anche l’occasione per una riflessione di un certo respiro, che si spera non mancherà nelle prossime occasioni. Perché avrebbe? Vediamo. Il 16 marzo ricorreva il quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro e dell’assassinio di 5 uomini di scorta ad opera delle Brigate Rosse, a cui seguì una lunga prigionia, con un processo farsesco, ma non per questo meno tragico, e finale assassinio, rappresentato come “esecuzione del prigioniero politico” nel linguaggio delirante dell’ideologia. C’è da premettere, doverosamente, che non tutto quello che accadde durante la prigionia di Moro è perfettamente chiaro e che, come è stato rilevato anche dal senatore Giovanardi, è ormai inaccettabile che ancora quegli eventi – e altri come ad esempio l’incidente di Ustica - siano coperti da segreti di Stato non comunicabili al pubblico.
Il 16 marzo Barbara Balzerani, esponente di primo piano delle BR e tra i protagonisti del rapimento di Aldo Moro, ospite del centro sociale CPA di Firenze, si è prodotta in una interpretazione pubblica della vicenda opponendola a quella di chi fa “il mestiere della vittima”. Le affermazioni della Balzerani hanno suscitato riprovazione e sconcerto, in primo luogo quello altissimo e indignato di Maria Fida Moro, hanno causato interrogazioni parlamentari e l’apertura di un fascicolo di indagine da parte della Procura della Repubblica di Firenze. Tutto secondo le regole, direi. Ma intanto scopriamo, o meglio riscopriamo, che ci sono ambienti più o meno consistenti in cui la “narrazione” della storia recente d’Italia è sostanzialmente quella delle Brigate Rosse, e questi ambienti si situano in quella galassia indefinita dove hanno casa certe sinistre alternative, militanti “antifà” estremi, centri sociali. Dallo stesso brodo di coltura provengono con tutta probabilità gli autori dell’oltraggio alla lapide che in via Fani ricorda l’assassinio degli uomini della scorta di Moro e delle scritte inneggianti all’assassinio di Marco Biagi a Modena.
Ma non è tutto. La 7, rete televisiva di grande rilievo nazionale, forse la più importante per l’informazione politica e di attualità, dedica al tema due puntate della trasmissione Atlantide, curata da Andrea Purgatori. La prima, di lunga durata, sui precedenti dal ‘68 in poi, la seconda, puntuale, sul rapimento di via Fani del 16 marzo 1978 fino all’assassinio di Moro e al ritrovamento del suo cadavere nel bagagliaio di una Renault il 9 maggio. La trasmissione ha ricevuto moltissime critiche perché, in sostanza, Prospero Gallinari, Raffaele Fiore, Valerio Morucci e Mario Moretti, quattro leader del nucleo storico delle Brigate Rosse, tutti e quattro responsabili del delitto Moro, hanno potuto esporre le loro tesi senza contraddittorio, in uno status di apparente normalità, facendo passare come accettabili le analisi e i comportamenti del gruppo criminale. Una perla sofistica di uno dei protagonisti getta una luce su tutto il quadretto: le BR non erano un gruppo armato, erano un gruppo che faceva politica con le armi.
Tralascio - ma non perché meno importante, solo più complesso da scomporre articolatamente in tutte le sue sfumature - tutto il filone intermedio: sì furono le Brigate Rosse, ma per conto di altri (CIA, Destre ecc.). Alla fine della trasmissione una elencazione senza commenti delle attività benefiche in cui sono impegnati i reduci di quell’impresa li ha pure avvolti in un alone di bontà e di commovente altruismo. O almeno, questa è stata la mia impressione e anche quella dei più, a giudicare anche dai commenti sui social. Ovviamente anche in questo caso, che però è di rango e rilievo molto più alto dell’intervento di Balzerani in un centro sociale fiorentino, la trasmissione ha suscitato molte proteste, e da parte di persone di orientamento politico diverso.
Direi però che, per concludere la riflessione, bisogna fare un passo in più. Quello che rimane in ombra, e su cui ci dobbiamo porre domande politiche e culturali adeguate, è prima di tutto la consistenza della zona grigia di consenso(o semiconsenso, o almeno ammirata sospensione di giudizio) di cui quel mondo continua a beneficiare. Non è solo la mai sopita ideologia dei reduci, ma la simpatia o comprensione che le loro tesi hanno in un ambito più vasto, un universo sociale e mentale in cui il terrorista è sempre vittima di qualcosa a cui si ribella, magari con eccessi, l’assassinio è frutto di una trama oscura dei poteri forti, della CIA o della NATO. Un mondo dove anche la famosa equidistanza tra stato e BR si è pesantemente sbilanciata.
E’ come se certi episodi non fossero conclusi nel loro momentaneo fallimento, ma ci fosse un fiume carsico che, attraversando la storia della rivoluzione, ne conservasse in vita una modalità sempre possibile o almeno romanticamente vissuta come possibile. Senza complottismi e senza prefigurare congiurati incappucciati, fattualmente è come se ci fosse una scuola dei cattivi maestri che ha la missione di trasmettere attraverso le generazioni la praticabilità e il fascino di una modalità “hard” di perseguimento dell’utopia rivoluzionaria del mondo nuovo, quello dell’antica e prometeica tensione verso l’uguaglianza assoluta.
(Pubblicato su l'Occidentale del 27 marzo 2018)

giovedì 16 novembre 2017

Se i poeti lo mandano a dire: qualche divagazione tra Lucio Dalla e Guido Cavalcanti

In macchina la radio è quasi sempre un sottofondo. La ascolto distrattamente, guardando la strada e lasciando ai pensieri il diritto di vagare. Ma ogni tanto una notizia o un motivo musicale spezzano l'incanto del semiascolto e -prepotenti- reclamano attenzione.

Giusto un paio di sere fa una voce molto particolare e riconoscibile ha interrotto il flusso dei pensieri e mi ha catturato con una melodia struggente. Non lo so se Canzone è il brano più bello di Lucio Dalla, di cui non sono certo un conoscitore affidabile, ma sicuramente nella mia personale graduatoria sta in pole position con Caruso, struggentissima anch'essa, densa di pathos biografico, di sentimento della lontananza e di presagio della morte, ingredienti di prim'ordine per la saudade sempre in agguato quando l'esistenza non si è completamente e tranquillamente radicata in nessun luogo.

Ma Canzone fa una cosa più intriganteimmette nel circuito emotivo un elemento "tecnico-retorico" che accende subito la mia curiosità di cercatore di tracce e di percorsi: è lei che per conto del poeta raggiunge la donna sognata e le porta il messaggio dell'amore inappagato.

Corrotto irrimediabilmente dalla frequentazione del Liceo, mi viene subito in mente la "ballatetta" del Cavalcanti, con quell'attacco davvero straordinario: perch'i no spero di tornar giammai.... C'è l'esilio irredimibile, la donna remota, e la ballatetta incaricata di parlarle. I toni espressivi sono più misurati e certamente meno laceranti, ma lo schema è già completo. L'attacco contiene in modo definitivo tutta la poesia dell'esilio e del limite dell'esistenza. E non è un caso che quel verso, reiterato, sia pari pari l'incipit del cruciale Mercoledì delle ceneri di Eliot (Because I do not hope to turn again. Because I do not hope. Because I do not hope to turn...).

Dunque la canzone di Dalla come la ballatetta di Cavalcanti, ma con molto, molto pathos in più: diciamo che lo strazio esibito di Dalla (o piuttosto di Samuele Bersani) è assai più vicino alla nostra sensibilità educata da robuste dosi di romanticismo, e non solo quello alto del genere Inni alla Notte di Novalis, ma anche quello un po' più a buon mercato di cui è inevitabilmente intriso il nostro immaginario filmico e musicale. 

E però la cosa si fa lunga, perché l'artificio retorico degli "ambasciatori" -e di latori vari di messaggi in bottiglia- che raggiungono la donna del cuore e le parlano non si ferma certo qui. Obbligatoria la presenza in catalogo della colomba bianca, con il suo messaggio amoroso (notissimo) e patriottico (meno noto ma assai rilevante in quegli anni, con Trieste ancora sotto l'occupazione alleata): la ripropongo nella classica interpretazione di Nilla Pizzi. Andando in territori meno pop, e in un contesto tutto diverso - si tratta della madre e non della donna amata e agognata- come non ricordare Giorgio Caproni, che manda ripetutamente la sua anima a Livorno per guardarla camminare per le strade, fino all'ultima preghiera?

Giorgio Caproni



Credo che sarebbe interessante saperne di più, anche perché sono sicuro che, al netto dell'emozione e dell'impatto on the road con una Canzone, non sono stato certo il primo a rilevarne le somiglianze e gli antecedenti, come si può già vedere da questo contributo.
Dunque, niente di meglio che fare ancora qualche ricerca, e darci appuntamento per un nuovo post, possibilmente più fondato.