mercoledì 29 gennaio 2014

La tenebra dell'Italia preunitaria ha nascosto anche la lingua



Esce in questi giorni un libro di Enrico Testa - docente di storia della lingua italiana nell'Università di Genova - che ripercorre la storia dell’italiano “nascosto”, ossia della lingua di comunicazione usata in tutta Italia tra il Cinquecento e l’inizio del Novecento, prima della scolarizzazione spinta e della grande diffusione della conoscenza del nuovo italiano comune tramite la radio e la televisione.

E’ un libro che ci può aiutare a  riflettere ancora sul racconto dominante della storia d’Italia e contribuire a rivedere qualche idea consolidata. 

E’ risaputo - o meglio, abbastanza risaputo- che la storia dell'unità d'Italia è stata gravata da una lunga serie di luoghi comuni, e che una certa parte di essi è dovuta alla confusione fra unificazione dello stato, che si è determinata in seguito al Risorgimento, e esistenza della nazione italiana, con le sue caratteristiche secolarmente depositate.
In occasione del 150. anniversario dell’unità, ma anche nei decenni precedenti, la confusione è stata in parte chiarita: le iniziative di taglio “nostalgico”, decisamente anti-risorgimentale, o anche solo “revisionistico”, hanno fatto percepire a un pubblico più largo quello che gli storici di professione sanno da un bel po', e cioè che la nazione italiana esisteva prima dell’unità statale. 


Anch'io in questo blog avevo fatto qualche osservazione sul fatto che parlando di Italia bisogna risalire- ma davvero e non come artificio retorico - almeno all'organizzazione voluta dall'imperatore Augusto, vero e e proprio pater patriae Italiae. E non si trattò solo di organizzazione, ma anche di "ideologia": è nel contesto politico dell'impero di Augusto che matura tutto l'epos virgiliano delle origini di Roma, con la contestuale celebrazione dell'Italia, l'umile Italia di Camilla, di cui parla Dante.

D'altronde l'idea di Italia come nazione unica dentro confini che poi grosso modo sono quelli augustei, era chiarissima a Dante, che la incardinava sia nella dimensione geografica che in quella linguistica, e poi via via a tutti quegli autori di cui a scuola ci hanno insegnato lamenti e aspirazioni (per dirne solo due che credo siano toccati a tutti, Petrarca e Leopardi). Ma fin qui stiamo parlando di scrittori, poeti, intellettuali. La vulgata dice che viceversa prima dell'unità statuale la gran massa era estranea ad ogni idea di italianità, come appartenenza culturale, come identità sociologica, come strumentazione linguistica.

E però, man mano che gli studi si fanno più analitici e circostanziati, si scoprono  aspetti impensati, che rovesciano alcune vecchie certezze: per esempio gli studi di storia militare hanno evidenziato che nell'Italia degli stati pre-unitari esisteva una robusta attività di “uomini in arme” - e non solo di pochi condottieri di rango internazionale, come si è sempre saputo - ma di una vera e propria rete diffusa di migliaia di "ufficiali" intermedi, che all'estero erano considerati come “italiani” e così inquadrati ad esempio negli eserciti imperiali, da qualunque stato provenissero. Virgilio Ilari, che ha dedicato molti studi a questo argomento, ha parlato di “virtù militare degli italiani”, contro un antico pregiudizio che va “da Erasmo da Rotterdam al film Mediterraneo” e Eleonora Lollini ha intitolato "Il genio bellicoso degli Italiani" una tesi di laurea specialistica molto circostanziata sulla consistenza e sull'organizzazione dei militari italiani negli stati preunitari.
Insomma la narrazione dell''Italia pre-unitaria si sta facendo sempre più complessa e la frase attribuita al marchese d’Azeglio morente (l’Italia è fatta, bisogna fare gli italiani) che abbiamo più o meno tutti appreso sui banchi delle elementari e che tanto ha pesato sulla nostra rappresentazione della vicenda storico-politica nazionale, si è un po' dissolta alla luce della doppia constatazione che l’Italia c'era già prima che fosse uno stato unitario, e che gli italiani non fossero esattamente un popolo da “fare” con forzose pedagogie rieducative e protesi ortopediche, per usare l'acuta formulazione di Giovanni Orsina nel volume sul berlusconismo e sul suo legame con la contrapposizione irrisolta fra élite e popolo nella storia d'Italia.


Anche per quanto riguarda la lingua - e  torniamo al libro di Testa -  il racconto standard comprende un capitolo arcinoto. Lo schema, semplificato al massimo, è questo: prima dell’unità la padronanza della lingua italiana era patrimonio di poche élite colte, mentre la stragrande maggioranza era confitta in una dialettalità incapace di comunicare non solo da una regione all'altra, ma al limite anche da una vallata all'altra.
Questo schema tutto in bianco e nero non è totalmente falso, ma si sta via via arricchendo di tante sfumature di grigio. Da tempo gli storici della lingua hanno prestato attenzione alle situazioni intermedie, che sono molte. E oggi, anche grazie al libro di Testa, sappiamo meglio che è sempre esistita una lingua italiana comune, indubbiamente ricca di varietà locali e di incertezze grammaticali, ma senz'altro in grado di estendere la comprensione vicendevole ben oltre la sfera dialettale. Questa lingua non era usata solo dall'alto verso il basso, cioè dai colti per farsi capire dagli incolti, ma anche viceversa: esiste una buona documentazione scritta, che lascia ragionevolmente pensare che in certe situazioni i parlanti più modesti la usassero anche nelle espressioni orali. Ci sono testimonianze certe che servisse diffusamente anche per rivolgersi ai viaggiatori stranieri. Addirittura una lingua franca italiana è stata utilizzata a lungo in tutto il Mediterraneo per comunicare fra l’area turco-araba e quella europea, romanza, germanica e slava.
Il libro mostra come nella costruzione di questo italiano “basico” sia stato rilevante il ruolo della giustizia, della burocrazia e delle attività legate alla sfera religiosa.
Non si tratta certamente di una scoperta totale, quanto piuttosto di un riesame attento di una realtà che era stata nascosta nello schema semplificato élite/lingua contro popolo/dialetto.





Basta rileggere le considerazioni - che potrebbero parere strabilianti se rimanessimo troppo ancorati allo schema bipolare lingua/dialetto-  di Ludovico Antonio Muratori, che nel 1706 si sofferma "sul comune parlare italiano, da Torino sino a Napoli, in ogni provincia, città e luogo d’Italia inteso ancor dalle genti più idiote” che“ è uno solo per tutta l’Italia”. Ancora Ugo Foscolo sottolinea l’esistenza di una lingua comune, un po’ letteraria, ma in qualche modo plebea, “con la quale gli abitatori di una provincia intendevano quei dell’altra”.




Nella vita religiosa un aspetto credo sconosciuto al grande pubblico riguarda le esperienze spirituali e mistiche dei conventi femminili, che venivano comunicate e trascritte proprio in italiano popolare comune. Un esempio di straordinario interesse di questo tipo di letteratura è l’Autobiografia della terziaria domenicana Caterina Paluzzi , la "mistica contadina" di Morlupo.


Più facilmente immaginabile anche dai non addetti ai lavori è il ruolo di primo piano che occupano gli scritti contenenti istruzioni ai predicatori, soprattutto in seguito al Concilio di Trento. Nell’Arte di predicar bene del 1611 il teatino Paolo Aresi  raccomanda ad esempio di non usare la nativa lingua (ossia il dialetto) e il fiorentino, considerato troppo colto, ma di attenersi a un linguaggio mediano comprensibile anche agli incolti, ed espressamente individua come soluzione migliore “favellar il predicatore con la lingua italiana comune”, ossia quella che privata delle condizioni particolari dei singoli luoghi “se ne rimarrà col nome d’italiana”.

Impossibile parlare di questo intenso rapporto fra “scrittori e popolo” nella sfera religiosa senza fare almeno un accenno alla figura di Sant’Alfonso de’ Liguori -a cui Testa dedica molta attenzione- instancabile organizzatore di pietà popolare, autore di testi italiani universalmente conosciuti come Tu scendi dalle stelle e di tutto un ricchissimo repertorio di canzoncine devote che hanno accompagnato la pratica religiosa italiana praticamente fino a oggi.




Il filo di questa vicenda, magari troppo specialistica per molti, ma forse anche appassionante per qualcuno, è la riprova di come sia faticosa la ricostruzione del passato e di come in generale il racconto della storia sia fatto anche di aggiustamenti e di salutari revisioni: come ci ricorda Enrico Testa, citando un lavoro di Francesco Bruni, "sul piano strettamente linguistico non si tratta di “sostituire all'idea dell’italiano lingua morta l’immagine, altrettanto illusoria, di un’italofonia già trionfante: tra il nero e il bianco, temo che sia il grigio il tono dominante della realtà, anche linguistica” .... e “la drastica polarizzazione di dialetto arcaico e italiano comune conosceva già allora molti registri intermedi, come risulta del resto da un accostamento non pregiudizialmente intonato all'idea di una tenebra assoluta che dominerebbe l’Italia preunitaria, eccezion fatta per un’esile strato di dirigenti e di letterati più o meno perduti dietro bambineggiamenti arcaici: a questo quadro di maniera... va sostituita un’immagine più articolata”.
Insomma, citando un po' a memoria un aforisma di Nicola Gomez Davila, nella storia - e aggiungerei, con qualche approssimazione, anche nella vita- tutto quello che non è complesso è falso.

Nota: il 3 febbraio sul Sole24ore il volume di Testa è stato recensito da Giuseppe Antonelli