martedì 6 dicembre 2011

Pina Totaro e il manoscritto di Spinoza nascosto dal catalogo

Potremmo intitolare il tutto: "Tanto poté un errore di catalogazione"…o anche "Manoscritti eretici nascosti in Vaticano, con retroterra di conversioni, denunce e complotti".
Non è un nuovo romanzo di Dan Brown, anche se gli ingredienti ci sono tutti: è una storia vera, una inappuntabile vicenda di biblioteche e di manoscritti che  però a tratti potrebbe somigliare a un film.
Il manoscritto ritrovato è quello dell’Ethica di Baruch Spinoza, conservato nella Biblioteca del Sant’Uffizio fino al 1922, anno in cui transitò nella Biblioteca Apostolica Vaticana.


La notizia di rilevante interesse filologico è che di Spinoza, a parte alcune lettere e un testo incompiuto, non si possedevano finora manoscritti

lunedì 12 settembre 2011

Radici nel dialetto

Conoscere e parlare un dialetto dovrebbe aiutare ad avere radici più tenaci, non a rinchiudersi nell'afasia valligiana. Infatti quasi tutti quelli che oggi parlano in dialetto lo utilizzano più o meno largamente accanto alla lingua “ufficiale” e sono generalmente consapevoli che si tratta di uno strumento di livello diverso (ovviamente quando sono tecnicamente in in una situazione di diglossia, cioè riescono ad esprimersi sia  in lingua nazionale che in dialetto), ma non  è facile definire bene tutte le differenze.
E' risaputo che anche nella lingua “ufficiale” esistono livelli diversi a seconda dell’ambiente culturale e sociale e delle finalità  della comunicazione (i cosiddetti registri linguistici).  Lo stesso parlante si può esprimere in modi diversi a seconda del contesto, dal più familiare al più ufficiale.

mercoledì 31 agosto 2011

Sulla Libia, schieramenti capovolti

La guerra contro Gheddafi, fortemente voluta dalla Francia di Sarkozy seguita da Gran Bretagna e Stati Uniti, non è piaciuta granché alla destra italiana, con varie gradazioni, dalla diffidenza fino alla conclamata ostilità della Lega alla partecipazione. Panorama ha parlato di scambio di ruoli fra destra e sinistra. E ancora qualche giorno fa Alessandro Giuli sul Foglio rimarcava la convergenza con Alessandro Dal Lago del Manifesto nella denuncia di una guerra considerata soprattutto mediatica.

lunedì 16 maggio 2011

L' Italia duale di Giulio Tremonti: una proposta politica per il dopo B?

E' sempre opportuno dare a Cesare ciò che è di Cesare, e soprattutto a Giulio ciò che è di Giulio. Dopo l'inverosimile scivolata della sceneggiata antinapoletana a base di Alì Babà consumata a Bologna sul palco ridanciano delle celebrità leghiste locali,  davanti ad un pubblico diverso (i giovani editori) il ministro Tremonti ha prodotto una descrizione-quadro dell'economia e della società italiane decisamente interessante.

mercoledì 11 maggio 2011

Umorismo nordista e razzismo da osteria padana

Il ministro Tremonti a Bologna da compassato professore si trasforma in battutista spiritoso e liscia il pelo al razzismo antimeridionale leghista:
"Se votate a sinistra, il prossimo sindaco si chiamerà Alì, magari Alì Babà, perché il babà ce lo metterà Merola - dice Tremonti - a proposito, quando mi hanno detto che hanno fatto le primarie e che hanno scelto uno che si chiama Merola, ho pensato: ma siamo a Bologna o a Napoli?"

martedì 26 aprile 2011

Flannery O'Connor scrittrice doppiamente irregolare: cattolica e sudista



"La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate di impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa"

Provate a chiedere in giro tra i vostri amici, anche tra quelli che mediamente leggono abbastanza. Difficilmente troverete qualcuno che conosca Flannery O'Connor. In Italia molte delle sue opere sono state tradotte, ha i suoi estimatori, ma nell'insieme resta una scrittrice un po' di nicchia. Eppure i suoi racconti sono di una bellezza stupefacente. Pietro Citati ha scritto: "A poco più di vent'anni possedeva già una straordinaria perfezione nell'arte del racconto: mai un errore di tocco, mai un particolare fuori luogo; la più difficile tra le arti era naturale per lei come il respiro". E Attilio Bertolucci dichiarò di essere stato "folgorato" dai suoi testi.  Ecco, non trovo esagerato l'aggettivo di Bertolucci per descrivere l'impressione che lascia l'incontro con i suoi racconti e con la sua figura.

Flannery nasce nel 1925 in Georgia.

domenica 20 marzo 2011

L'unità d'Italia in cucina: è Artusi il Garibaldi delle ricette?


Gli stranieri interessati alla nostra cucina generalmente la vedono abbastanza unitaria: pizza, spaghetti, tagliatelle, lasagne, tortellini.
Ma, mettendo meglio a fuoco, specialmente noi che ci siamo dentro la vediamo molto più variegata e ci rendiamo conto di tante differenze.  
E' un po' come tutto il resto: l'Italia e gli italiani sono stati percepiti come unitari più da fuori che da dentro. Nell'antico regime gli italiani che servivano in armi all'estero, ed erano un bel po', venivano normalmente inquadrati e registrati come italiani, da qualunque stato provenissero. E anche in cucina, visti da fuori spaghetti al pomodoro, visti da dentro tanti campanili, tanti dialetti, tante varietà.
Tutta questa vicenda storico-culinaria ha una ricca bibliografia. Ma recentemente è uscito un piccolo libro di Massimo Montanari, documentato e professionale, che ha il pregio di essere sintetico, leggibile e snello: L'identità italiana in cucina.
Montanari insegna storia medievale e storia dell'alimentazione all'Università di Bologna: la sua tesi di fondo è che "una cucina italiana intesa come modello unitario, codificato in regole precise, non è mai esistita e non esiste tuttora. Se però la pensiamo come 'rete' di saperi e di pratiche, come reciproca conoscenza di prodotti e ricette provenienti da città e regioni diverse, è evidente che uno stile culinario 'italiano' esiste fin dal Medioevo. Le identità non sono inscritte nei geni di un popolo ma si costruiscono storicamente, nella dinamica quotidiana del colloquio fra uomini, esperienze, culture diverse. L'italianità della pasta, o del pomodoro, o del peperoncino è fuori discussione. Ma è anche fuori discussione che la pasta, il pomodoro, il peperoncino appartengano in origine a culture diverse".
Si parte dalla constatazione che l'Italia storicamente è una rete di città, un paese policentrico, anche in cucina. Più che regionale ai suoi albori la cucina italiana è soprattutto cucina di varietà cittadine. Presto le tradizioni culinarie si confrontano, soprattutto fra le classi alte circolano ricette provenienti da altre città, si delineano i primi ricettari più generali, dagli anonimi trecenteschi al quattrocentesco Mastro Martino, al milanese Ortensio Lando (1548), fino alla grande Opera di  Bartolemo Scappi (1570) che illustra e paragona la cucina di importanti città italiane: Milano, Genova, Bologna, Napoli. Interessantissimo ad esempio l'excursus sulle torte e sulle loro differenze ("i napoletani la chiamano pizza"): nell'insieme siamo già di fronte ad una specie di antologia di cucina italiana.


Saltando qui qualche passaggio - che consiglierei però di seguire nel libro, perché davvero tutti interessanti e qualche volta sfiziosi - arriviamo al monumento della cucina italiana: nel 1891 viene pubblicato La scienza in cucina e l'arte di mangiar bene di  Pellegrino Artusi
Il libro nella prima edizione conta 475 ricette; nel 1909, nella 23a, le ricette sono diventate 790. Cosa è successo?
Pellegrino Artusi è nativo di Forlimpopoli, in Romagna, con una notevole dimestichezza con la cucina emiliano-romagnola e toscana. Inoltre è un mazziniano, un fervente sostenitore dell'unità italiana, che vorrebbe realizzare anche in cucina, fornendo nello stesso tempo ai suoi compatrioti i fondamentali per un'alimentazione sana e razionale. L'idea del ricettario non trova però editori entusiasti. Artusi decide di pubblicarlo a sue spese e lo vende per corrispondenza dalla sua casa di Firenze. Il meccanismo funziona, il libro viene richiesto in tutta Italia. Di più, dalle lettrici arrivano ricette, suggerimenti, precisazioni e si arricchisce in modo interattivo: alla fine recepisce elementi della cucina di tutta Italia - anche se Emilia e Toscana restano predominanti - assecondando la tradizione localistica e cittadina, senza fornire una codificazione "nazionale". Paradossalmente l'opera del mazziniano Artusi diviene un documento del carattere policentrico dell'identità e della storia italiana, anche nella cucina. D'altra parte, l'Artusi è diventato IL manuale principe della cucina italiana, presentando la sua varietà in modo unitario. Piero Camporesi ha scritto "che La scienza in cucina ha fatto per l'unificazione italiana più di quanto non siano riusciti a fare i Promessi Sposi", attraverso il tentativo manzoniano di fornire LA lingua italiana comune.
Senza forzare troppo le analogie, forse l'opera di Artusi, con il suo sano e appetitoso radicamento nella tradizione policentrica italiana, potrebbe essere un buon paradigma dell'unità. Qualche giorno fa sono rimasto colpito (e  francamente divertito) da Giuliano Ferrara che nella puntata di Radio Londra dedicata all'unità d'Italia ha detto che ai sussiegosi e accigliati azionisti in perenne contestazione dell'Italia  "paese da spaghetti alle vongole",  preferisce di gran lunga l'Italia di Pellegrino Artusi, che "ha messo il pomodoro sugli spaghetti!".

Una bella panoramica di Mariarosa Mancuso su Pellegrino Artusi e sul romanzo di Marco Malvaldi Odore di chiuso

mercoledì 2 marzo 2011

Scuola pubblica scuola privata

Questione complicata, a parlarne seriamente. E questione che va al di là della divisione laici/cattolici perché riguarda il diritto di scelta della linea educativa, diritto che starebbe nella disponibilità della famiglia e non dello stato più o meno etico. E' a questa posizione, propria del liberalismo non giacobino a partire da Luigi Einaudi,  che da decenni fa riferimento il mondo cattolico.

Per dirla tutta c'è da aggiungere che in Italia, grazie agli accordi concordatari, i vescovi nominano insegnanti di religione per le scuole pubbliche che poi, cumulando i punteggi, possono trasmigrare in altre discipline, scalando le graduatorie a scapito di colleghi che non godono di questo singolare canale. Ancora, grazie  a una (in questo caso) ambigua lotta al precariato gli insegnanti nominati per la religione a un certo punto diventano di ruolo: questa operazione fa venire meno il principio della fiduciarietà, anche perché - se il vescovo ritira la fiducia- loro di ruolo restano comunque, e vanno ad occupare cattedre di altre materie.  In presenza di questa intrusione di privilegio clericale nella scuola pubblica resta un po' difficile parlare di libertà educativa e di libertà di scelta senza arrossire, al di là dello stretto merito della questione.

D'altra parte c'è una diffusa ipocrisia e una diffusa pratica di "doppia verità" in certi difensori della scuola pubblica ad ogni costo, quelli che vedono in ogni accenno alla libertà educativa un attacco alla laicità, alla resistenza, all'antifascismo e non so che altro. 

Se scendiamo dai piani alti dei principi e andiamo nella vita concreta scopriamo che il ragazzo tredicenne che dal palco ha recitato la sua invettiva contro Berlusconi frequenta l'Istituto San Carlo di Milano, uno dei vertici delle private milanesi. Sui social network gira l'informazione che in scuole private studiano i figli di Anna Finocchiaro, la figlia di Giovanna Melandri, le figlie di Francesco Rutelli,  il figlio di Nanna Moretti, i nipoti di Fausto Bertinotti, la figlia di Michele Santoro. Non ho controllato, ma non ci troverei niente di male: utilizzano il diritto alla scelta educativa che è proprio delle famiglie; certamente pagano rette più o meno consistenti. Ma il problema -dico il problema, non la soluzione - di chi chiede che una parte dei suoi oneri fiscali possa essere sgravato dalla spesa della retta forse lo potrebbero intravedere anche loro.
Anche sul finanziamento - a parlarne seriamente - la cosa si fa complicata, perché il clericalismo più clientelare preferisce gli aiuti  erogati direttamente alle scuole private, mentre il liberalismo non giacobino e non azionista preferirebbe l'arma dello sgravio fiscale e/o del buono scuola, che ciascuno spenderebbe dove vuole: e via con la competizione, con lo stato che controlla la qualità degli insegnanti e verifica i risultati delle scuole. Ognuno può vedere come siamo lontani anni luce da soluzioni che in paesi anche non cattolici sono già largamente presenti e come il dibattito su questi argomenti si trasformi immediatamente in una rissa mediatica in cui non c'è modo di chiarire ragioni e posizioni.

L'intervento di Berlusconi, fatto con le sue modalità abituali, avrebbe potuto dare l'opportunità di discutere senza ipocrisie, facendo anche la tara dell' avvelenamento ideologico che si praticherebbe nelle scuole pubbliche e di conseguenza non nelle private. Ma crede davvero che nelle scuole private, soprattutto cattoliche, circolino principi e ideologie tanto diverse? Davvero pensa  che tutta quella gente saldamente di sinistra manderebbe i figli nelle scuole private se sapesse che se li "lavorano"  insegnanti che li distolgono dalle visioni progressiste della vita e della cultura? O piuttosto pensano di far frequentare  ai loro figli delle scuole care ma tecnicamente buone? E magari - questo sì un po' singolare per gente che si proclama di sinistra- ben frequentate, senza figli di emigrati, senza complicati inserimenti di rom, senza ragazzi difficili di periferia? Insomma senza tutti quei fastidi che ritengono educativi e democratici ... per i figli degli altri, la gente comune che -orrore- guarda la tv e la vorrebbe di 50 pollici a schermo piatto in 3D, va nei supermercati, aspira a comprare una villetta a schiera, frequenta luoghi di vacanza di massa e per di più magari vota a destra.
Ecco: ma lui lo sa che Travaglio si è formato dai padri salesiani? ovvero che, come lui del resto, è un ex allievo dei figli di Don Bosco?

Su questo tema interessante iniziativa del Foglio

mercoledì 16 febbraio 2011

17 marzo: niente da festeggiare o festeggiare consapevoli?

La proposta di celebrare il 150. dell'unità d'Italia con una giornata di festività nazionale non è stata accolta unanimente e, a dirla tutta, si è un po' impantanata  in molti distinguo e in qualche dissenso esplicito.
Esplicita la presa di distanza dai due estremi geografici del Presidente della Provincia autonoma di Bolzano Durnwalder e del Governatore della Regione Sicilia Lombardo, ma un borbottìo ostile si è levato anche da altre parti, quando per la giornata di lavoro persa, quando per il riaffiorare di  riserve sulle modalità dell'unificazione e sulla vicenda storica risorgimentale nel suo insieme.
Effettivamente la data si presenta un po' maluccio: è il giorno in cui Vittorio Emanuele II divenne Re d'Italia. Appunto, secondo. In questi casi in genere tradizionalmente si ricomincia da primo: aver conservato la numerazione del Regno di Sardegna simbolicamente "fa tanto annessione".
E di annessione forzata parlano i meridionali, di forzata laicizzazione parlano i cattolici, di unificazione centralista parlano i federalisti. Insomma, il Risorgimento e l'unità come un'operazione fatta dall'alto, in contrasto con l'identità italiana, caratterizzata  dalla pluralità delle storie municipali e regionali e dal radicamento nella tradizione cristiano-cattolica.

Queste riserve oggi hanno una circolazione molto più forte di 50 anni fa, quando si celebrò il centenario, e non c'è quasi nessuno che non le consideri in tutto o in parte ragionevoli. La sottolineatura del carattere poco popolare del Risorgimento d'altronde fa parte della tradizionale lettura gramsciana della storia italiana, come pure da tempo è stata evidenziata la brutalità della repressione piemontese nella "conquista del Sud",  ad opera di personaggi come il generale Cialdini. Sono ormai largamente conosciute anche alcune delle più consistenti  doléances, come l'introduzione della coscrizione obbligatoria, l'impoverimento ulteriore dei ceti contadini - non solo al Sud, ma anche in vaste aree del Centro e del Nord-  e il massiccio ricorso all'emigrazione come uscita dalla grave crisi sociale. 
Un convegno romano di questi giorni, organizzato da Alleanza cattolica, ha dato di nuovo voce alle tematiche critiche verso il Risorgimento, ma non tanto in una prospettiva nostalgica e di vagheggiamento neo-borbonico o neo-asburgico, quanto per mettere a fuoco le difficoltà di oggi e il loro possibile superamento. Di queste riserve è necessario fare tesoro, evitando di riproporre l'immagine del Risorgimento propria della narrazione retorica nazionalistica - dominante soprattutto nel periodo fascista, ma non solo: questa sì veramente inservibile, come ha sostenuto Alberto Banti dell'Università di Pisa in un libro recente.  Insomma non è un buon servizio per la causa dell'unità politica della nazione italiana consegnarne il legato a quella che è stata definita "la favola risorgimentale". 

L'unità statuale d'Italia ha radici lontane, affonda addirittura nell'organizzazione delle regioni augustee:  è l'unica nazione europea il cui atto fondativo  sia precedente al Medioevo.  Perciò non si può accettare la negazione dell'unità in nome dei difetti con cui l'unità politica è stata realizzata. Piuttosto è necessario riformulare il patto fondativo nazionale attraverso una ri-costruzione "dal basso", valorizzando le identità e le comunità trascurate e inserendo definitivamente le pluralità storiche e territoriali nella "narrazione" della nazione italiana.
Certo, ci sono varie complicazioni e qualche domanda potrebbe meritare altri approfondimenti, specialmente quando  prospettive di questo tipo sono evocate in ambienti  sia di tipo leghista che cattolico-tradizionale,  dove per un verso l'enfasi sull'identità territoriale può virare verso la rimozione del concetto romano di cittadinanza, mettendo in primo piano una visione tribale legata al "sangue"; per un altro l'enfasi sull'identità culturale cristiana e sulla composizione comunitaria della società (corpi sociali intermedi più che individui) può lasciare in ombra  la concezione prevalente nelle costituzioni moderne, che tutelano le libertà individuali, di pensiero, di comportamento, di opzione religiosa e politica. Dalla capacità di armonizzare una prospettiva identitaria e comunitaria con le acquisizioni  irrinunciabili  della società liberale basata sull'individuo e sulle sue scelte dipende molto della presentabilità e della possibilità di successo del progetto di ri-costruzione e ri-vistitazione del patto nazionale italiano.

In definitiva, che si festeggi il 17 marzo, o in un'altra data (magari il giorno in cui Augusto nominò il praefectus Italiae) a questo punto non è molto importante. L'unità politica e culturale d'Italia si può e si deve festeggiare. Ma la consegna dovrebbe essere: festeggiare con consapevolezza.



Il libro di Alberto Mario Banti

Il convegno romano di Alleanza Cattolica

Interventi al convegno e altri contributi

martedì 1 febbraio 2011

La lingua disunita e l'elmo di Scipio

Perché la nostra letteratura dà spesso un'impressione di falso? Nel 150. anniversario dell'unità politica non sono tante le  riflessioni sulla lingua usata per secoli nella letteratura, sul suo carattere artificioso e posticcio, sulla sua difficoltà di rappresentare un paese variegato e socialmente stratificato. La soluzione prevalente dal 500 in poi - con l'invenzione del famoso "toscano colto", che separa la letteratura dalla lingua viva e fa prevalere la lingua imbalsamata delle accademie - è passata al setaccio in un libro che meriterebbe di essere letto di più e discusso senza paura di sbattere nell' "elmo di Scipio".  L'Italia ha una storia lunga, unitaria e plurale, non è poi così tanto utile taroccarla con i raccontini edificanti, col contrappasso delle favolette padane.
La letteratura degli italiani

Scampato pericolo?

La notizia dell' incarico a Vittoria Brambilla e a Daniela Santanché di organizzare una manifestazione in difesa del governo e contro "l'aggressione mediatico-giudiziaria" è stata smentita. Ma Daniela Santanché dovrebbe avere un compito speciale per la comunicazione dell'attività del governo: ci voleva sì, dopo le due o tre performaces comunicative in tv, veramente da ... "urlo". 

Giallo sulla manifestazione anti-pm
La trappola