lunedì 21 maggio 2018

La sorgente imprigionata del Melfa



Gli abitanti della Valle di Comino hanno un loro di Po in scala, dotato di una bella sorgente, sacra e memorabile. 


Per rivederla salgo ancora una volta a Canneto col mio amico di sempre, Aldo. Facciamo spedizioni più o meno prive di scopo da più di 50 anni: c'è stato un tempo (quando, pavesianamente, "era sempre festa") in cui vagavamo per i paesi della valle in bicicletta e a volte in tre sul vespino di Renzo. Giravamo filmini con la superotto, raggiungevamo feste della tarda estate quasi prive di presenze umane; assetati  di fantasie archeologiche, la cui pratica ci condusse una volta  sulle soglie della denuncia, andavamo a cercare luce dai pilastri della storia della Valle di Comino: per fare due nomi, padre Michele Iacobelli e don Dionigi Antonelli. Poi a noi e al mondo sono successe tante cose, e la più importante è che Renzo a un certo punto ha dovuto smettere di  partecipare alle spedizioni che sporadicamente, sempre più sporadicamente, abbiamo continuato a regalarci. 

Vabbè andiamo avanti. In questi giorni stiamo accarezzando l'idea della ricognizione di un antico ponte in pietra sul Melfa, di cui abbiamo appreso l'esistenza grazie alla presenza su Instagram di una bravissima fotografa e instancabile escursionista di Villa Latina; ma nel frattempo non siamo proprio inerti. E dunque siamo saliti in macchina a Canneto, dal momento che Aldo voleva filmare "il rigoglioso abbondare delle acque" e mostrarlo sulla sua pagina Facebook Settefrati Il Giornale.



La valle di Canneto è famosa soprattutto per il santuario della Madonna, dove dalle 4 regioni limitrofe accorrono devoti e pellegrini, anche organizzati in centenarie compagnie.
Ma nella valle c'è anche la roccia da cui scaturisce il Melfa.

Come in tutte le sorgenti che si rispettano, grava anche su questa il dubbio che sia un riaffioramento del torrente Acquanera (che nasce più su), ma noi della tribù cominense non ci curiamo di questo problema idrografico e sappiamo con assoluta certezza che la sorgente del Melfa sta là, sotto la roccia di Capodacqua, proprio nel punto in cui la Madonna infilò la mano facendo sgorgare l'acqua per la pastorella Silvana e lasciandoci pure la scia delle "stelluce" d'oro dell'anello.


In realtà poi le nostre certezze non sono così ingenue e adamantine, come ci piacerebbe raccontare: in quel punto esatto, prima che la Madonna apparisse alla pastorella di Settefrati, ci abitò per secoli un altro nume, Mefite, divinità italica delle acque, e come tale posizionata nel mezzo tra il cielo, alla cui luce le acque affiorano, e la terra, dalle cui profondità scaturiscono.  Fra parentesi, i dotti, che per mestiere fanno le bucce alle credenze, dicono che la storia di Silvana è nata sicuramente sulla scia delle apparizioni di La Salette e di Lourdes, e che si tratta di uno dei tanti casi di invenzione di una tradizione:  possibile, anzi probabile, anche se, adottando un punto di vista più strutturale e avendo d'occhio la "lunga durata", si dovrebbe piuttosto sottolineare la connessione ancestrale tra l'elemento numinoso dei boschi e delle acque e le fanciulle/ninfe/pastorelle, di cui questa leggenda potrebbe essere una traccia e un riaffioramento (Silvana - significativamente l'abitatrice della selva-  è un nome forse più da ninfa che da pastora e credo in passato fosse assai poco diffuso tra la nostra gente).

Nel 1958 i lavori per la captazione delle acque condotti dal Consorzio degli Aurunci fornirono la prova archeologica che quanto affermato costantemente dalla tradizione erudita, cioè che a Canneto fosse attivo in epoca precristiana il culto di Mefite, corrispondeva a una realtà fattuale: a 8 metri di profondità furono rinvenute monete, statuette fittili, mattoni. La cosa fu tenuta abbastanza "riservata", chi poté si accaparrò un po' di reperti, qualcuno, illuminato ma isolatissimo in paese, protestò, e amen: allora non usava l'accanita difesa del paesaggio e della cultura che conosciamo ora, il primo problema era il paventato blocco del cantiere e la perdita di lavoro. 


E così, senza altri approfondimenti stratigrafici, non sapremo mai se tra le due signore di Canneto, che condividono sicuramente il target dell'area di devozione, ci sia stata una continuità cultuale o viceversa un' interruzione dovuta alla frana (da terremoto?) che ostruì l'ingresso della valle come una diga, provocando col tempo il riempimento di ghiaia e di detriti che sta sotto al grande prato. 

Di più: a scorno permanente della nostra nicchia tribale, la sorgente sotto la roccia -locus sacer fin dai primordi della nostra storia comune, come diceva aulicamente  l'amico Antonio Socci, altro custode di memorie e fustigatore inascoltato di abusi - è stata sotterrata e recintata con tanto di rete metallica e filo spinato,  quasi fosse colpevole delle storie  che veicolava con la sua presenza, compreso il rituale magico della raccolta delle stellucce e della celebrazione della "comparanza" nel fiume.  In realtà il motivo dichiarato per la recinzione fu la salvaguardia igienica delle acque captate per l'acquedotto. A mo' di compensazione, a valle della sorgente mitica fu costruita una specie di falsa sorgente, che appaga i visitatori di bocca buona. Ma non certo noi, tenaci e resistenti, come i Sioux Lakota di Alce Nero nella riserva.


Sia come sia, in questa stagione l'acqua dilaga nella valle, arriva già abbondante dall'Acquanera, trabocca dal canale, si dissemina in rivoli gonfi e quasi in corsi paralleli del fiume; tutta l'erba del prato emerge da una specie di esteso acquitrino. Dalla stessa sorgente prigioniera sgorga un ruscello ribelle, che va  a finire nella pozza della sorgente falsa. E il fiume, appena nato, è già grande. 





Poi tutta l'acqua si avvia a superare la barriera che chiude la valle, proprio sotto il santuario, scende rapida tra le rocce, svolge il suo servizio idroelettrico a Grotta Campanaro e plana a Castellone, nel territorio di Picinisco, dove rende fertili i campi di mais, i frutteti, le famose coltivazioni di fagioli cannellini, e fornisce energia per i mulini ad acqua, un tempo numerosi: ne sopravvive un prezioso esemplare, mantenuto e utilizzato da Filippo Volante alle Mole di Vito. 




Poco oltre nell'Ottocento sorgeva la cartiera Bartolomucci, che ebbe dimensioni produttive importanti, e su cui vorrei tornare in un prossimo post dedicato anche alle attività agricole e zootecniche che i giovani dell'ultima generazione Bartolomucci hanno intrapreso.



Passata la piana di Atina, dove riceve il Mollarino, dopo Casalvieri il fiume si infila nelle ripide gole del Melfa, e nei pressi di Aquino sbocca nel Liri (il Verde dantesco)  prima che muti il nome in Garigliano. Là lo vide o lo annotò il geografo Strabone, che lo definì "grande fiume" (Geografia, V,3,9). Noi della nicchia tribale, che lo sappiamo piuttosto striminzito, abbiamo sempre pensato che fosse una tipica esagerazione un po' ruffiana e un po' disinformata, manco stesse parlando del Nilo, o che - ipotesi a lui più favorevole- la portata  fosse andata a scemare nel tempo

Da ieri però ci ha attraversato la mente un'altra ipotesi, divertente e fascinosa: che Strabone non sia venuto a Canneto come noi un giorno di metà maggio e il Melfa l'abbia visto davvero poderoso e grande, con i suoi occhi, come è capitato a noi?