martedì 31 marzo 2020

La destra controcorrente del “reazionario” Buscaroli





L’editore Bietti nel 2019 ha ripubblicato “La vista, l’udito e la memoria” di Piero Buscaroli (1930-2016). Decisamente una buona notizia: abbiamo scampato il pericolo di trovarlo soltanto nel circuito dell’usato o per strada, come è capitato a me, che il vizio di dare almeno un’occhiata alle bancarelle non l’ho mai perso, e quindi ho la meritata fortuna di possederlo nell'edizione Fògola del 1987.
Il libro già dal titolo indica le tre grandi aree di interesse (arte, musica, storia politica) che Buscaroli coltivò con competenza per una sessantina di anni, dalle prime esperienze giornalistiche nel 1954 con la fondazione de ‘Il Reazionario’, alla collaborazione col ‘Borghese’ (a questa fase risalgono tra l’altro i suoi indimenticabili reportage di inviato speciale in Vietnam), alla direzione del ‘Roma’ di Napoli, al contributo come critico musicale sul  ‘Giornale’, all'insegnamento nei Conservatori di musica.
Nella sua opera, e in modo particolare sul versante storico-politico, non è difficile individuare alcune linee di fondo come la realpolitik, la centralità della grande tradizione culturale europea, gli elementi costitutivi di una nazione; ma chi volesse trovarvi un compendio sistematico e “dottrinale” sbaglierebbe indirizzo; piuttosto è impressionante per il livello e la quantità degli spunti, delle osservazioni, dei riferimenti culturali: una vera miniera.

Ma, dal momento che per le informazioni in dettaglio si può accedere a un sito ufficiale, e all'immancabile Wikipedia, metterei a fuoco qualche punto più controverso, anche per suggerire un’idea dello spessore del personaggio e del suo relativo isolamento nella destra italiana.
Intanto, proprio oggi che la bussola dei conservatori è in cerca di direzione e una sua rilettura sarebbe quanto meno tonificante, ho l’impressione che molti giovani di quell'area non dico che non sappiano neppure che sia esistito, ma forse se lo immaginano nebulosamente come una specie di bastian contrario colto, esponente di un pensiero di destra un po’ atipico. Quanto a leggerlo, o a rileggerlo, posso sbagliarmi, ma sarei incline a scommettere su numeri molto bassi.

Di destra Piero Buscaroli lo fu, e senza sconti per nessuno: non solo per gli avversari, ma con chiara e aristocratica determinazione anche per alcuni importanti idola tribus del suo campo. Basta (ri)leggere le considerazioni sull'entrata dell’Italia nella guerra 15-18, la sua valutazione negativa dell’interventismo e del disastro che per l’Europa e l’Italia costituirono l’abbandono dell’alleanza con Austria e Germania e poi la caduta degli imperi centrali. In questa vicenda Buscaroli vede una prova dell’incapacità delle nostre classi dirigenti, preda della demagogia dei retori e delle agitazioni di piazza, e del nostro destino a “non essere una nazione”. Giudizio troppo severo? Gli storici potranno sfumarlo, discuterlo, contestarlo. Ma certamente il mondo conservatore, nell'elaborare una narrazione adeguata della storia nazionale, non potrà prescinderne, e non potrà continuare a lungo ad adagiarsi sul topos tardo-risorgimentale del “riscatto delle terre irredente”.

Altra provocazione, altro snodo su cui obbliga alla riflessione, anche se per i canoni delle destre attuali diventa veramente difficile seguirlo, è il giudizio negativo del ruolo dell’Inghilterra nel contrasto dell’egemonia della Germania in Europa.  Appassionato conoscitore della cultura artistica e musicale tedesca (lo testimoniano le importanti monografie su Bach e Beethoven), per la Germania e per la sua centralità politico-culturale in Europa ebbe sempre un occhio di riguardo. Una vicinanza che si fa pietas e piena partecipazione nel racconto dei crimini contro “i vinti”, con l’acme narrativo della rievocazione della furia distruttiva del bombardamento di Dresda, nella lunga notte tra il 13 e il 14 febbraio del 1945: pagine altissime e tremende, da leggere, e – perché no? – forse da introdurre nelle antologie scolastiche sulla seconda guerra mondiale.

Articolo pubblicato con lo pseudonimo di Cominius su L'Occidentale del 6-2-2020



O Germania o Germania del mio cuore



Nella temporanea clausura in cui ci costringe il lockdown non abbiamo certo abbandonato uno dei nostri sport preferiti, giacché è praticabilissimo soprattutto sui social con vari livelli di professionalità e articolato in più specialità: dalla caccia con foto al vicino di casa che infrange le “regole” all'attizzo contro il vicino “geografico” che ci impoverisce – se sta oltre le Alpi – o ci contamina, se è il Mediterraneo a separarci. In questi giorni, atteso che almeno la diffusione del virus cinese non si può attribuire ai barconi, l’attenzione generale è focalizzata sul problema dei prestiti europei e delle eventuali garanzie che per alcuni paesi sarebbero ineliminabili. 



E’ un tema molto concreto, e anche pericoloso per la tenuta dell’Europa comunitaria. Probabilmente oltre la siepe che delimita la nostra convivenza imperfetta ed egoistica c’è solo lo scenario di uno spezzatino in preda all'egemonia del dispotismo orientale, a meno di un improbabile recupero energico della leadership atlantica degli USA, che almeno ce ne terrebbe al riparo. Perciò per me la cosa migliore sarebbe che si trovasse un accordo, un punto di caduta sugli Eurobond, o altrimenti detti Coronabond: è un terreno su cui si possono legittimamente avere opinioni anche radicali, e anche accusare la Germania e i paesi nordici di miopia politica e di mancanza di strategia, in presenza di una svolta mondiale così drammatica.

Ma quello che sta succedendo è molto diverso. La fioritura di luoghi comuni e di insulti forse non conosceva un acme così intenso dalle radiose giornate del maggio  1914, quando fummo trascinati in guerra contro gli Imperi centrali, nostri alleati della Triplice Alleanza (e, secondo qualcuno, anche contro i nostri veri interessi, ma questa è veramente un’altra storia).  Nei social si è aperta la gara al lancio del fango  sulla Germania e sulla nazione tedesca, qualcuno arriva fino ad auspicare un bombardamento a tappeto ogni 50 anni. Paradossalmente e retoricamente lo so, ma la sola memoria di Dresda dovrebbe impedire per sempre battute di questo tenore: non è che siano tanto diverse dall'auspicio delle camere a gas che fa qualche trucido antisemita quando la politica dello stato di Israele appare disumana. 

Ma soprattutto, tralasciando temi come la capacità produttiva e organizzativa della Germania anche in questa drammatica circostanza dell'epidemia, che nessuno può disconoscere, la storia e la cultura della Germania sono larga parte della storia e della cultura europea, a partire dal mai abbastanza rimpianto (da me) Sacrum Imperium romano-germanico. Ma anche se non siete cultori della grandezza del Barbarossa, di Federico II di Manfredi, anche se vi siete dimenticati di come Dante preconizzava la salvezza dell’umile Italia (Inferno, I, 106) ad opera di Arrigo VII, anche se tutta questa roba vi sembra imparagonabilmente lontana dalle attuali leadership tedesche, evitate di coinvolgere il popolo e la nazione tedesca: la sua storia ha sì conosciuto il bianco e certamente pure il nerissimo, ma è una storia grande a cui tutti noi europei dobbiamo moltissimo: basta una carrellata di nomi, di luoghi e di secoli.

Siamo tutti politologi, siamo tutti storici, siamo tutti strateghi, e va bene, ma stiamo calmi e non confondiamo … il culo con le Quarantore, come si dice elegantemente in Toscana.




sabato 28 marzo 2020

Il mio paese, Francesco e la stella del mare in tempesta


A chi è nato al mio paese, o comunque l’ha frequentato abbastanza a lungo o abbastanza in profondità, non sarà sfuggito il momento in cui Papa Francesco ha parlato della «stella del mare in tempesta»
Per noi l’antichissima Ave maris stella non è un inno archeologico, del tempo in cui la Chiesa cantava in gregoriano È il canto corale e apicale delle due cerimonie più “identitarie” che abbiamo: i Vespri della Vigilia dell’Assunta, con cui si apre il ciclo festivo di Canneto, e quelli della sera del 29 agosto, che lo chiudono. Fra l'altro, pur nell'incertezza delle sue origini, non è escluso che l'inno sia stato composto da Paolo Diacono a Montecassino, circa 1500 anni fa: e quindi ben due volte di casa.

Ognuno di noi ha un rapporto speciale con quei giorni, ognuno conosce la commozione e lo stupore per la presenza quasi tangibile degli assenti nella bella parrocchiale per una volta gremita di folla: tutti gli assenti, quelli lontani e quelli andati via definitivamente. Da un po’ di tempo ho scoperto che nei Vespri del 29 i miei assenti sono più presenti: forse sono facilitati dal primo fresco autunnale che a volte si affaccia, forse dal pathos della processione finale “alla reversa”. Forse semplicemente perché - uscendo nella sera che nel frattempo è scesa frescheggiante mentre dentro si cantava a squarciagola e le lacrime sgorgavano a fontanella - troviamo i volti e i sorrisi dei vivi, quelli che abbiamo desiderato tutto l’anno, e a volte anche quelli regalati da una sorpresa inattesa. Ed è bello disperdersi nella piazza con la certezza di avere una comune radice spirituale così forte, e l’incombenza pure forte e comune, ma sanamente materialista, di procacciarsi la porchetta o le salsicce con la birra.

Per tutti noi, dunque, anche quelli che in chiesa ci vanno praticamente solo quella volta o poco più, la Stella del mare è una di famiglia, e ha il volto della Madonna di Canneto (quella bianca, perché la nera appartiene a tre o quattro regioni, la rispettiamo e la veneriamo pure, ma non sta proprio dentro casa e sappiamo bene che ha incombenze territorialmente più vaste...).
Per tutti noi d’ora in avanti sarà difficile dimenticare questa precisazione di papa Francesco quando la intoneremo di nuovo la nostra Ave maris stella, sempre in latino, sempre in gregoriano, e manco a dirlo con le lacrime a fontanella: per un paio di secondi la mente non potrà non sostare sulla “tempesta”, prima che la bocca prosegua con “Dei Mater alma”, e tutto il seguito, che praticamente conosciamo a memoria.
Non sono sicuro che sarà quest’anno, come tutti vorremmo, ma è certo che succederà di nuovo. E con un tremito in più, quello che ci darà il ricordo di questi mesi.