lunedì 21 maggio 2018

La sorgente imprigionata del Melfa



Gli abitanti della Valle di Comino hanno un loro dio Po in scala, dotato di una bella sorgente, sacra e memorabile. 


Per rivederla salgo ancora una volta a Canneto col mio amico di sempre, Aldo. Facciamo spedizioni più o meno prive di scopo da più di 50 anni: c'è stato un tempo (quando, pavesianamente, "era sempre festa") in cui vagavamo per i paesi della valle in bicicletta e a volte in tre sul vespino di Renzo. Giravamo filmini con la superotto, raggiungevamo feste della tarda estate quasi prive di presenze umane; assetati  di fantasie archeologiche, la cui pratica ci condusse una volta  sulle soglie della denuncia, andavamo a cercare luce dai pilastri della storia della Valle di Comino: per fare due nomi, padre Michele Iacobelli e don Dionigi Antonelli. Poi a noi e al mondo sono successe tante cose, e la più importante è che Renzo a un certo punto ha dovuto smettere di  partecipare alle spedizioni che sporadicamente, sempre più sporadicamente, abbiamo continuato a regalarci. 

Vabbè andiamo avanti. In questi giorni stiamo accarezzando l'idea della ricognizione di un antico ponte in pietra sul Melfa, di cui abbiamo appreso l'esistenza grazie alla presenza su Instagram di una bravissima fotografa e instancabile escursionista di Villa Latina; ma nel frattempo non siamo proprio inerti. E dunque siamo saliti in macchina a Canneto, dal momento che Aldo voleva filmare "il rigoglioso abbondare delle acque" e mostrarlo sulla sua pagina Facebook Settefrati Il Giornale.



La valle di Canneto è famosa soprattutto per il santuario della Madonna, dove dalle 4 regioni limitrofe accorrono devoti e pellegrini, anche organizzati in centenarie compagnie.
Ma nella valle c'è anche la roccia da cui scaturisce il Melfa.

Come in tutte le sorgenti che si rispettano, grava anche su questa il dubbio che sia un riaffioramento del torrente Acquanera (che nasce più su), ma noi della tribù cominense non ci curiamo di questo problema idrografico e sappiamo con assoluta certezza che la sorgente del Melfa sta là, sotto la roccia di Capodacqua, proprio nel punto in cui la Madonna infilò la mano facendo sgorgare l'acqua per la pastorella Silvana e lasciandoci pure la scia delle "stelluce" d'oro dell'anello.


In realtà poi le nostre certezze non sono così ingenue e adamantine, come ci piacerebbe raccontare: in quel punto esatto, prima che la Madonna apparisse alla pastorella di Settefrati, ci abitò per secoli un altro nume, Mefite, divinità italica delle acque, e come tale posizionata nel mezzo tra il cielo, alla cui luce le acque affiorano, e la terra, dalle cui profondità scaturiscono.  Fra parentesi, i dotti, che per mestiere fanno le bucce alle credenze, dicono che la storia di Silvana è nata sicuramente sulla scia delle apparizioni di La Salette e di Lourdes, e che si tratta di uno dei tanti casi di invenzione di una tradizione:  possibile, anzi probabile, anche se, adottando un punto di vista più strutturale e avendo d'occhio la "lunga durata", si dovrebbe piuttosto sottolineare la connessione ancestrale tra l'elemento numinoso dei boschi e delle acque e le fanciulle/ninfe/pastorelle, di cui questa leggenda potrebbe essere una traccia e un riaffioramento (Silvana - significativamente l'abitatrice della selva-  è un nome forse più da ninfa che da pastora e credo in passato fosse assai poco diffuso tra la nostra gente).

Nel 1958 i lavori per la captazione delle acque condotti dal Consorzio degli Aurunci fornirono la prova archeologica che quanto affermato costantemente dalla tradizione erudita, cioè che a Canneto fosse attivo in epoca precristiana il culto di Mefite, corrispondeva a una realtà fattuale: a 8 metri di profondità furono rinvenute monete, statuette fittili, mattoni. La cosa fu tenuta abbastanza "riservata", chi poté si accaparrò un po' di reperti, qualcuno, illuminato ma isolatissimo in paese, protestò, e amen: allora non usava l'accanita difesa del paesaggio e della cultura che conosciamo ora, il primo problema era il paventato blocco del cantiere e la perdita di lavoro. 


E così, senza altri approfondimenti stratigrafici, non sapremo mai se tra le due signore di Canneto, che condividono sicuramente il target dell'area di devozione, ci sia stata una continuità cultuale o viceversa un' interruzione dovuta alla frana (da terremoto?) che ostruì l'ingresso della valle come una diga, provocando col tempo il riempimento di ghiaia e di detriti che sta sotto al grande prato. 

Di più: a scorno permanente della nostra nicchia tribale, la sorgente sotto la roccia -locus sacer fin dai primordi della nostra storia comune, come diceva aulicamente  l'amico Antonio Socci, altro custode di memorie e fustigatore inascoltato di abusi - è stata sotterrata e recintata con tanto di rete metallica e filo spinato,  quasi fosse colpevole delle storie  che veicolava con la sua presenza, compreso il rituale magico della raccolta delle stellucce e della celebrazione della "comparanza" nel fiume.  In realtà il motivo dichiarato per la recinzione fu la salvaguardia igienica delle acque captate per l'acquedotto. A mo' di compensazione, a valle della sorgente mitica fu costruita una specie di falsa sorgente, che appaga i visitatori di bocca buona. Ma non certo noi, tenaci e resistenti, come i Sioux Lakota di Alce Nero nella riserva.


Sia come sia, in questa stagione l'acqua dilaga nella valle, arriva già abbondante dall'Acquanera, trabocca dal canale, si dissemina in rivoli gonfi e quasi in corsi paralleli del fiume; tutta l'erba del prato emerge da una specie di esteso acquitrino. Dalla stessa sorgente prigioniera sgorga un ruscello ribelle, che va  a finire nella pozza della sorgente falsa. E il fiume, appena nato, è già grande. 





Poi tutta l'acqua si avvia a superare la barriera che chiude la valle, proprio sotto il santuario, scende rapida tra le rocce, svolge il suo servizio idroelettrico a Grotta Campanaro e plana a Castellone, nel territorio di Picinisco, dove rende fertili i campi di mais, i frutteti, le famose coltivazioni di fagioli cannellini, e fornisce energia per i mulini ad acqua, un tempo numerosi: ne sopravvive un prezioso esemplare, mantenuto e utilizzato da Filippo Volante alle Mole di Vito. 




Poco oltre nell'Ottocento sorgeva la cartiera Bartolomucci, che ebbe dimensioni produttive importanti, e su cui vorrei tornare in un prossimo post dedicato anche alle attività agricole e zootecniche che i giovani dell'ultima generazione Bartolomucci hanno intrapreso.



Passata la piana di Atina, dove riceve il Mollarino, dopo Casalvieri il fiume si infila nelle ripide gole del Melfa, e nei pressi di Aquino sbocca nel Liri (il Verde dantesco)  prima che muti il nome in Garigliano. Là lo vide o lo annotò il geografo Strabone, che lo definì "grande fiume" (Geografia, V,3,9). Noi della nicchia tribale, che lo sappiamo piuttosto striminzito, abbiamo sempre pensato che fosse una tipica esagerazione un po' ruffiana e un po' disinformata, manco stesse parlando del Nilo, o che - ipotesi a lui più favorevole- la portata  fosse andata a scemare nel tempo. 

Da ieri però ci ha attraversato la mente un'altra ipotesi, divertente e fascinosa: che Strabone non sia venuto a Canneto come noi un giorno di metà maggio e il Melfa l'abbia visto davvero poderoso e grande, con i suoi occhi, come è capitato a noi?


lunedì 2 aprile 2018

Il caso Moro, le BR e quella tentazione di normalizzare i "cattivi maestri"



L’addensamento di anniversari in rapida successione a volte ci confonde un po’ le idee, mescolando eventi eterogenei, svolte storiche, e poi singoli eventi su cui magari non c’è neppure piena luce documentale. Abbiamo superato - e non del tutto senza danni, se mettiamo nel conto finale un po’di riflessioni di qualche peso e una certa abbondanza di esaltazioni acritiche - il centenario della rivoluzione russa e del colpo di stato leninista del ‘17. Quest’anno tocca al cinquantenario di quel variegato insieme di pulsioni, eventi e idee che va sotto il nome di ’68. Per ora sembrano prevalere i toni apologetici, i rimpianti dei reduci e il bilancio delle aspettative, in parte deluse in parte realizzate, del “mondo nuovo” della libertà sessuale, della vanificazione dell’autorità parentale e scolastica, e in generale della spinta verso un società incentrata sui diritti e sulla felicità individuale. Per la verità questo aspetto importante, sintetizzabile come “rivoluzione liquida” dei costumi e delle mentalità (definita icasticamente anche “quarta rivoluzione”) (*1) ha suscitato anche la risposta dell’area politica e culturale conservatrice, propensa a vedervi una tappa decisiva del “Tramonto dell’Occidente”.
Purtroppo le posizioni critiche non sono state mediaticamente rilevanti, forse anche per una loro oggettiva debolezza argomentativa: per dirla in breve, oltre alla consolidata scarsissima praticabilità nei media del mainstream, al campo conservatore sono mancati i grossi calibri filosofici, quelli alla Augusto Del Noce per capirci, mentre è stata più ricca la riflessione storico-politica. E qui bisognerebbe aprire una riflessione sugli strumenti culturali che il mondo liberalconservatore dovrebbe mettere in campo o rafforzare, anche considerando la contingenza politico-culturale che la nostra società sta attraversando: discorso lungo (o vaste programme?), e palla immediatamente rilanciata nel campo dell’Occidentale, della Fondazione Magna Carta e della rete, consistente ma non ben collegata, di iniziative e attività culturali di area.
Ma gli anni ‘70 non furono caratterizzati solo dall’espansione della rivoluzione liquida. In contrasto col filone anarco-individualista - ma qualche volta all’interno o collateralmente ad organizzazioni che erano nate con un’impronta più libertaria- maturò un’esperienza neoleninista che postulava la necessità della lotta armata da parte dell’avanguardia rivoluzionaria, a causa del fallimento delle politiche riformiste e della contestuale crescita inarrestabile dello “stato imperialista delle multinazionali”. Si trattava di una riflessione teorica e organizzativa tutta all’interno della storia del comunismo e del comunismo italiano, comprensiva di un passaggio di testimone - ben rappresentato dal ruolo fondante di una figura come Alberto Franceschini con il suo background familiare e politico a Reggio Emilia - dagli ambienti del vecchio PCI e della Resistenza legati a Pietro Secchia, che avevano subito ma non metabolizzato la svolta togliattiana.
A questa connotazione di disputa in famiglia va aggiunto il solido legame che l’organizzazione armata ebbe con servizi e ambienti dell’Est comunista, probabilmente ostili alla strategia del compromesso storico berlingueriano, che era stata dedotta da una intelligente analisi del golpe cileno, collocandosi nel solco della lezione togliattiana sulla necessità di comprendere accuratamente i contesti storico-sociali, cercando le opportune alleanze, ed evitare colpi di testa insurrezionalistici: come dire, quasi un sequel del match Secchia/Togliatti. In un primo momento l’apparato propagandistico del PCI e della sinistra fiancheggiatrice tentò di tutelare il suo buon nome e attribuire la nascita dei gruppi armati ad una trama della provocazione reazionaria e ovviamente “amerikana”. L’uso dell’espressione “sedicenti Brigate Rosse” fu persistente e virale, almeno fino al famoso articolo di Rossana Rossanda che mise a nudo la realtà dell’“album di famiglia”.
Un recente anniversario puntuale ha fornito l’occasione di parlare delle vicende della lotta armata e dell’humus ideologico in cui maturò. E avrebbe fornito anche l’occasione per una riflessione di un certo respiro, che si spera non mancherà nelle prossime occasioni. Perché avrebbe? Vediamo. Il 16 marzo ricorreva il quarantesimo anniversario del rapimento di Aldo Moro e dell’assassinio di 5 uomini di scorta ad opera delle Brigate Rosse, a cui seguì una lunga prigionia, con un processo farsesco, ma non per questo meno tragico, e finale assassinio, rappresentato come “esecuzione del prigioniero politico” nel linguaggio delirante dell’ideologia. C’è da premettere, doverosamente, che non tutto quello che accadde durante la prigionia di Moro è perfettamente chiaro e che, come è stato rilevato anche dal senatore Giovanardi, è ormai inaccettabile che ancora quegli eventi – e altri come ad esempio l’incidente di Ustica - siano coperti da segreti di Stato non comunicabili al pubblico.
Il 16 marzo Barbara Balzerani, esponente di primo piano delle BR e tra i protagonisti del rapimento di Aldo Moro, ospite del centro sociale CPA di Firenze, si è prodotta in una interpretazione pubblica della vicenda opponendola a quella di chi fa “il mestiere della vittima”. Le affermazioni della Balzerani hanno suscitato riprovazione e sconcerto, in primo luogo quello altissimo e indignato di Maria Fida Moro, hanno causato interrogazioni parlamentari e l’apertura di un fascicolo di indagine da parte della Procura della Repubblica di Firenze. Tutto secondo le regole, direi. Ma intanto scopriamo, o meglio riscopriamo, che ci sono ambienti più o meno consistenti in cui la “narrazione” della storia recente d’Italia è sostanzialmente quella delle Brigate Rosse, e questi ambienti si situano in quella galassia indefinita dove hanno casa certe sinistre alternative, militanti “antifà” estremi, centri sociali. Dallo stesso brodo di coltura provengono con tutta probabilità gli autori dell’oltraggio alla lapide che in via Fani ricorda l’assassinio degli uomini della scorta di Moro e delle scritte inneggianti all’assassinio di Marco Biagi a Modena.
Ma non è tutto. La 7, rete televisiva di grande rilievo nazionale, forse la più importante per l’informazione politica e di attualità, dedica al tema due puntate della trasmissione Atlantide, curata da Andrea Purgatori. La prima, di lunga durata, sui precedenti dal ‘68 in poi, la seconda, puntuale, sul rapimento di via Fani del 16 marzo 1978 fino all’assassinio di Moro e al ritrovamento del suo cadavere nel bagagliaio di una Renault il 9 maggio. La trasmissione ha ricevuto moltissime critiche perché, in sostanza, Prospero Gallinari, Raffaele Fiore, Valerio Morucci e Mario Moretti, quattro leader del nucleo storico delle Brigate Rosse, tutti e quattro responsabili del delitto Moro, hanno potuto esporre le loro tesi senza contraddittorio, in uno status di apparente normalità, facendo passare come accettabili le analisi e i comportamenti del gruppo criminale. Una perla sofistica di uno dei protagonisti getta una luce su tutto il quadretto: le BR non erano un gruppo armato, erano un gruppo che faceva politica con le armi.
Tralascio - ma non perché meno importante, solo più complesso da scomporre articolatamente in tutte le sue sfumature - tutto il filone intermedio: sì furono le Brigate Rosse, ma per conto di altri (CIA, Destre ecc.). Alla fine della trasmissione una elencazione senza commenti delle attività benefiche in cui sono impegnati i reduci di quell’impresa li ha pure avvolti in un alone di bontà e di commovente altruismo. O almeno, questa è stata la mia impressione e anche quella dei più, a giudicare anche dai commenti sui social. Ovviamente anche in questo caso, che però è di rango e rilievo molto più alto dell’intervento di Balzerani in un centro sociale fiorentino, la trasmissione ha suscitato molte proteste, e da parte di persone di orientamento politico diverso.
Direi però che, per concludere la riflessione, bisogna fare un passo in più. Quello che rimane in ombra, e su cui ci dobbiamo porre domande politiche e culturali adeguate, è prima di tutto la consistenza della zona grigia di consenso(o semiconsenso, o almeno ammirata sospensione di giudizio) di cui quel mondo continua a beneficiare. Non è solo la mai sopita ideologia dei reduci, ma la simpatia o comprensione che le loro tesi hanno in un ambito più vasto, un universo sociale e mentale in cui il terrorista è sempre vittima di qualcosa a cui si ribella, magari con eccessi, l’assassinio è frutto di una trama oscura dei poteri forti, della CIA o della NATO. Un mondo dove anche la famosa equidistanza tra stato e BR si è pesantemente sbilanciata.
E’ come se certi episodi non fossero conclusi nel loro momentaneo fallimento, ma ci fosse un fiume carsico che, attraversando la storia della rivoluzione, ne conservasse in vita una modalità sempre possibile o almeno romanticamente vissuta come possibile. Senza complottismi e senza prefigurare congiurati incappucciati, fattualmente è come se ci fosse una scuola dei cattivi maestri che ha la missione di trasmettere attraverso le generazioni la praticabilità e il fascino di una modalità “hard” di perseguimento dell’utopia rivoluzionaria del mondo nuovo, quello dell’antica e prometeica tensione verso l’uguaglianza assoluta.
(Pubblicato su l'Occidentale del 27 marzo 2018)

giovedì 16 novembre 2017

Se i poeti lo mandano a dire: qualche divagazione tra Lucio Dalla e Guido Cavalcanti

In macchina la radio è quasi sempre un sottofondo. La ascolto distrattamente, guardando la strada e lasciando ai pensieri il diritto di vagare. Ma ogni tanto una notizia o un motivo musicale spezzano l'incanto del semiascolto e -prepotenti- reclamano attenzione.

Giusto un paio di sere fa una voce molto particolare e riconoscibile ha interrotto il flusso dei pensieri e mi ha catturato con una melodia struggente. Non lo so se Canzone è il brano più bello di Lucio Dalla, di cui non sono certo un conoscitore affidabile, ma sicuramente nella mia personale graduatoria sta in pole position con Caruso, struggentissima anch'essa, densa di pathos biografico, di sentimento della lontananza e di presagio della morte, ingredienti di prim'ordine per la saudade sempre in agguato quando l'esistenza non si è completamente e tranquillamente radicata in nessun luogo.

Ma Canzone fa una cosa più intrigante: immette nel circuito emotivo un elemento "tecnico-retorico" che accende subito la mia curiosità di cercatore di tracce e di percorsi: è lei che per conto del poeta raggiunge la donna sognata e le porta il messaggio dell'amore inappagato.

Corrotto irrimediabilmente dalla frequentazione del Liceo, mi viene subito in mente la "ballatetta" del Cavalcanti, con quell'attacco davvero straordinario: perch'i no spero di tornar giammai.... C'è l'esilio irredimibile, la donna remota, e la ballatetta incaricata di parlarle. I toni espressivi sono più misurati e certamente meno laceranti, ma lo schema è già completo. L'attacco contiene in modo definitivo tutta la poesia dell'esilio e del limite dell'esistenza. E non è un caso che quel verso, reiterato, sia pari pari l'incipit del cruciale Mercoledì delle ceneri di Eliot (Because I do not hope to turn again. Because I do not hope. Because I do not hope to turn...).

Dunque la canzone di Dalla come la ballatetta di Cavalcanti, ma con molto, molto pathos in più: diciamo che lo strazio esibito di Dalla (o piuttosto di Samuele Bersani) è assai più vicino alla nostra sensibilità educata da robuste dosi di romanticismo, e non solo quello alto del genere Inni alla Notte di Novalis, ma anche quello un po' più a buon mercato di cui è inevitabilmente intriso il nostro immaginario filmico e musicale. 

E però la cosa si fa lunga, perché l'artificio retorico degli "ambasciatori" -e di latori vari di messaggi in bottiglia- che raggiungono la donna del cuore e le parlano non si ferma certo qui. Obbligatoria la presenza in catalogo della colomba bianca, con il suo messaggio amoroso (notissimo) e patriottico (meno noto ma assai rilevante in quegli anni, con Trieste ancora sotto l'occupazione alleata): la ripropongo nella classica interpretazione di Nilla Pizzi. Andando in territori meno pop, e in un contesto tutto diverso - si tratta della madre e non della donna amata e agognata- come non ricordare Giorgio Caproni, che manda ripetutamente la sua anima a Livorno per guardarla camminare per le strade, fino all'ultima preghiera?

Giorgio Caproni



Credo che sarebbe interessante saperne di più, anche perché sono sicuro che, al netto dell'emozione e dell'impatto on the road con una Canzone, non sono stato certo il primo a rilevarne le somiglianze e gli antecedenti, come si può già vedere da questo contributo.
Dunque, niente di meglio che fare ancora qualche ricerca, e darci appuntamento per un nuovo post, possibilmente più fondato.





Toscana, quando l'antifascismo diventa un bavaglio

Voi credevate che l’eccellenza toscana fosse quella alimentare, che so l’olio d’oliva o la ribollita, o magari il lampredotto? e  che quella artistica e storica fosse racchiusa nelle sue splendide città e nei suoi borghi suggestivi? Tutta roba scontata.
Voi credevate che i problemi della Toscana fossero la recessione, il lavoro dei giovani, la fiscalità che opprime l’artigianato e l'impresa? Tutta roba banale.
Voi credevate che i problemi della Toscana costiera fossero i trasporti e la sudditanza a Firenze della sua classe dirigente? Tutti discorsi faziosi.
La Toscana rossa e pensosa vola in alto, fa la prima della classe e si dà una nuova mission: fermare l’ondata antifascista che dilaga nelle sale comunali e negli spazi pubblici.
E come?

Sul Giornale dell’11 novembre se ne è occupata Eleonora Mancini, riferendo di una delibera approvata nel comune di San Giuliano Terme (in provincia di Pisa) che introduce l’obbligo di certificazione preliminare alla concessione di spazi pubblici, con tanto di autodichiarazione di adesione ai valori della Resistenza e dell’antifascismo. La giornalista evidenzia il carattere censorio e probabilmente anticostituzionale di questa curiosa procedura adottata dal comune pisano, noto faro antifascista, e nello stesso tempo apre una finestra inquietante su un percorso più ampio, che dovrebbe coinvolgere molti altri comuni toscani, a cominciare, pare, da Pisa, Prato e Siena: il gruppo consiliare PD in Regione ha presentato una mozione, prima firmataria Alessandra Nardini, giovane esponente della sinistra dem dell’area pisana (per capirci, di quell'area che forse dovrebbe indurre il suo partito a preoccuparsi di più del tentato scippo dell’aeroporto da parte del giglio magico renziano), con lo scopo di impegnare la presidenza a  “vietare l’utilizzo di sale e spazi all'interno delle sedi del Consiglio regionale per le associazioni o manifestazioni che si richiamano al fascismo o che abbiano orientamenti razzisti, xenofobi, antisemiti, omofobi e, in generale, discriminatori. Questo l’obiettivo della mozione con cui si impegna l’ufficio di presidenza ad intervenire sul regolamento del Consiglio Regionale e si invita la Giunta Regionale ad approvare un analogo provvedimento e sensibilizzare i Comuni che ancora non l’hanno fatto ad adottare iniziative in tal senso”.


Il proposito censorio dunque si allarga, e -giacché ci siamo, pensano gli scaltri imbavagliatori-  facciamo un bel pacchetto e ci mettiamo dentro anche gli xenofobi, i razzisti e, ovviamente, gli immancabili omofobi.
A parte il fatto che nell’elenco delle perversioni alla Nardini e compagni sono sfuggite di sicuro la transfobia in sequenza con almeno un’altra decina di fobie di nebulosa identificazione penale e incerta collocazione intellettuale, c’è invece una dimenticanza che si deve registrare con preoccupazione e che meriterebbe ben altro clamore e indignazione nell'opinione pubblica rispetto al quasi totale silenzio che avvolge queste iniziative estemporanee: chi decide? ossia, sarebbero gli stessi comuni rossi, magari personificati dai loro assessori-militanti, ad escludere associazioni, convegni e presentazioni di libri che non siano riconducibili alla vetusta vulgata antifascista,  quella obbligatoria prima del dibattito -da tempo acquisito nella storiografia-  innestato dai De Felice, Gentile, Nello, Perfetti, Parlato? Sarà possibile parlare del fascismo nei termini in cui loro  lo hanno studiato, o magari nei termini di un Veneziani e perché no di Pennacchi? Non rischia anche l’interpretazione della Resistenza come guerra civile, propria di uno storico di sicurissima appartenenza alla sinistra come Claudio Pavone? E Giampaolo Pansa col suo Sangue dei vinti sarà bandito dai comuni democratici? E ancora, di più, la galassia indistinta e maldefinita dell’omofobia comprenderà anche chi sostiene che gli umani nascono dalla differenza sessuale maschio/femmina o combatte l’utero in affitto, come asseriscono le più agguerrite associazioni LGBTq a cui fanno da megafono tanti assessori PD?

Non sono domande da poco perché, al netto della solerzia da prima della classe della (in verità sempre meno) rossa Toscana, emerge un preoccupante disegno censorio che consegnerebbe la libertà di espressione e di cultura all’arbitrio dei detentori della macchina amministrativa dei comuni.
E’ una preoccupazione esagerata? La smentiscano, ritirando queste orwelliane delibere di esame democratico preventivo, e si comportino da liberali, dimenticando minculpop e dirigismo culturale, e lasciando semplicemente all’eventuale denuncia penale le eventuali violazioni della legge.

(L'articolo è stato pubblicato, con lievi differenze e privo di link, su L'Occidentale  del 13 novembre 2017)


martedì 6 giugno 2017

Nella lotta politica ci sono ancora le destre e le sinistre. E fanno ancora la differenza

Da due secoli le categorie destra e sinistra sono la chiave di lettura più importante della politica e, benché la linea di divisione in 200 anni non sia rimasta sempre immobile, nel complesso ancora godono di buona salute nella mentalità, nella sociologia e quindi nella scienza politica.
Ogni tanto ne viene annunciato il superamento, sull'onda di fatti che magari dovrebbero essere guardati in modo più approfondito.


Partiamo dalla Francia, sempre in qualche misura paradigmatica per molte delle le nostre interpretazioni della lotta politica, almeno dalla Rivoluzione dell'89 in poi.
 La vittoria di Macron nelle presidenziali francesi, è stata letta da più parti con questo schema; e però non si è tenuto conto a sufficienza di alcuni elementi non proprio secondari.  E’ verissimo che il profilo di Macron non è riconducibile alle destre e alle sinistre classiche  tradizionalmente  presenti nel panorama politico francese: questa voluta – potremmo dire anche costruita -  indeterminazione gli ha giovato enormemente, nel momento in cui da un lato una serie di eventi sfavorevoli ha colpito la candidatura Fillon, e dall'altro la candidatura Le Pen, nonostante la forte crescita di consenso, al secondo turno non è riuscita a sfondare nel serbatoio della destra gollista. Semplificando, più che a un reale superamento “ideologico” della divisione destra/sinistra, la sua vittoria è dovuta in primo luogo all’irriducibilità delle due destre francesi, separate traumaticamente non solo dalle scelte compiute durante la Resistenza, ma ancora di più dalla vicenda dell’Algeria e dai postumi della lotta dell’OAS e del revanchismo pieds-noir contro il generale De Gaulle. A questo dato storico-ideologico si sono sicuramente aggiunti altri elementi fattuali, come la diffidenza del ceto medio moderato verso la radicalizzazione no-euro oppure la relativa freddezza della Le Pen -e soprattutto del suo vice Philippot-  verso i temi cari ai cattolici conservatori: non si dimentichi che il nerbo della organizzazione di Fillon, quella che lo aveva spinto fortemente nelle primarie, era costituito da militanti vicini alla Manif pour tous.

C’è poi un secondo e importante elemento di natura squisitamente ideologica e politica che è andato a vantaggio di Macron: il fatto che in Francia una profondissima linea di faglia ancora divide la destra dalla sinistra: nonostante che la cultura politica francese sia forse quella storicamente più incline al mescolamento, nonostante una lunga vicenda di intrecci e suggestioni anche forti (basta ricordare la linea che unisce Boulanger e Barrès, fino a Drieu La Rochelle e al “fascismo immenso e rosso” di Brasillach[1] ), la persistenza della linea divisoria nella mentalità e nella sociologia di fatto ha ostacolato la ricongiunzione di antieuropeismo e antiglobalismo di destra e di sinistra, che in termini numerici sarebbe stata assai probabilmente maggioritaria.





Se dalla Francia, in cui il terreno della contaminazione pure è notoriamente fecondo, ci spostiamo verso altri paesi, che non hanno conosciuto il nazionalismo giacobino e il suo afflato quasi fisico verso la Patrie, la linea di demarcazione appare ancora più chiara.
Infatti i paesi che hanno ereditato la “libertà degli inglesi” sono caratterizzati da una divisione destra/sinistra ancora più radicata: la linea non è certo immobile, ma è sempre riconoscibile.
Così capita in Gran Bretagna -dove la lotta politica tra conservatori e laburisti è sempre centrale e solo occasionalmente dà spazio a “terze vie”, come si vede anche oggi nella competizione tra May e Corbyn; negli Stati Uniti all’interno del Partito Repubblicano, nonostante le peculiarità del fenomeno Trump, la destra della right nation è stata sempre presente in varie gradazioni, fino a diventare emblematica con Goldwater e poi maggioritaria ed egemone da Reagan in poi.
Ma la chiarezza della linea è ben visibile soprattutto nei paesi “minori” dell’Anglosfera, le cui vicende politiche al dettaglio abitualmente non attirano l’attenzione dei nostri media: Australia, Nuova Zelanda, Canada.

Non so se altri osservatori, oltre a Marco Faraci su Strade, hanno notato che pochi giorni fa, il 27 maggio, al termine di un lungo processo di “primarie” ad eliminazione, dopo 13 ballottaggi, Andrew Scheer, di 38 anni, è stato incoronato leader del Partito Conservatore. Gli aspiranti erano tanti, con profili più o meno liberisti, più o meno aperti sul tema dei nuovi diritti, ma alla fine di un percorso durato quasi un anno ha prevalso la linea di Scheer, conservatore sui temi etici e sociali e liberale in economia, sconfiggendo l’ultraliberista Bernier, piuttosto libertario sui temi etici, mentre la candidata più “trumpiana”, Kellie Leitch, è rimasta molto al di sotto delle aspettative.
Nell’accettare la nomina Scheer ha ribadito che il partito conservatore sarà sempre il “partito della prosperità e non dell’invidia”, il “partito dei contribuenti e non degli insider” e ha ribadito come fondamento dell’azione politica il concetto che la società viene prima dello Stato; ha promesso di intervenire sulle università che impediscono il dibattito e di operare contro la censura del “politicamente corretto”.
Come conclusione mi pare di non poterne fare una migliore di quella di Marco Faraci: “Contrariamente a chi ritiene che ormai la politica ruoti attorno ad altre polarità e che quindi serva farsi bastare anche dei Trudeau, dei Macron e, ça va sans dire, dei Renzi, i risultati economici ottenuti negli ultimi anni dai paesi anglofoni dimostrano che l’unica ricetta politica in grado di produrre crescita di lungo periodo e non solamente di gestire il declino è quella della “destra liberista” classica. Altro che “third way” o “liberalsocialismo”. Back to the basics: qui servono dei Reagan e delle Thatcher e in certi paesi, per fortuna, ancora se ne trovano”

(Articolo apparso sull' Occidentale del 5 giugno, con lievi differenze e col titolo Canada: la nuova leadership dei conservatori insegna che destra e sinistra esistono ancora)





[1]“I bimbi che un giorno saranno ragazzi di 20 anni apprenderanno con oscura meraviglia dell’esistenza di questa esaltazione di milioni di uomini, i campeggi della gioventù, la gloria del passato, le sfilate, le cattedrali di luce, gli eroi caduti in combattimento, l’amicizia tra i giovani di tutte le nazioni rinate. Josè Antonio, il fascismo immenso e rosso. E io so che il comunismo ha, anch’esso, una sua grandezza del pari esaltante. Può addirittura essere che, tra mille anni, si confondano le due rivoluzioni del XX secolo”. (Robert Brasillach, Lettera a un soldato della classe ’40). La suggestiva espressione di Brasillach fu usata come titolo di un famoso libro di Giano Accame, deciso sostenitore di una versione italiana del “fascismo di sinistra”.

venerdì 31 marzo 2017

Nel mondo dei robot: ci ruberanno il lavoro o lavoreranno per noi?


robot

Scenari che fino a pochi anni fa sembravano confinati ai film di fantascienza e ai romanzi di Urania sembrano prendere corpo, e possiamo intravedere instancabili androidi calati nella vita reale come compagni di lavoro o, come nei film più inquietanti, addirittura come padroni delle nostre vite. Già nel corso del Forum 2016 di Davos il rapporto Future jobs ipotizzava una diminuzione di più di 7 milioni di posti di lavoro (con la nascita contestuale di 2 milioni di posti di alta qualificazione) in conseguenza dello sviluppo dell’industria 4.0.
Ma non è tutto: nei giorni scorsi l’associazione Amici di Marco Biagi, presieduta da Maurizio Sacconi, che si contraddistingue per un’attenzione tutta particolare ai temi del lavoro e dell’innovazione, ha richiamato l’attenzione su una ricerca della nota società di consulenza PriceWaterhouseCoopers (PWC) riguardo alle prospettive legate alla crescente robotizzazione di molte attività lavorative, considerando l’arco temporale dei prossimi 15 anni. Il primo dato che emerge dalla ricerca riguarda le aree geografiche: si va dal 38% di sostituzione di robot con umani negli Stati Uniti al 30% nel Regno Unito al 21% in Giappone.
Secondo gli autori la penetrazione è correlata al grado di istruzione media, ossia la robotizzazione sarà più blanda dove il livello di istruzione è più alto: è facile capire che la sostituzione è ovviamente più problematica se si tratta di lavori complessi che richiedono un livello di preparazione medio-alto. Un secondo elemento preso in esame, strettamente connesso con il primo, riguarda la tipologia dei lavori “minacciati”: in prima linea, con l’ovvia massiccia presenza dell’industria 4.0, ci sono i trasporti, per la probabile avanzata delle self-driving car, poi lo stoccaggio nei magazzini, per la gestione sempre più automatica delle merci, ma anche i servizi alimentari.
Più difficili da automatizzare, con ampie aree di resistenza della complessità “umana”, sarebbero i lavori legati all’educazione-istruzione, alla sanità e al sociale. Buone notizie? Cattive notizie? Intanto bisogna prendere atto dello scenario, anche se sappiamo (speriamo?) che non sempre le previsioni sul futuro tecnologico si avverano al dettaglio. Gli autori della ricerca, come del resto il rapporto del Forum di Davos, si spingono ottimisticamente a immaginare un quadro in cui l’eliminazione dei lavori più ripetitivi forse consentirà una crescita di impieghi nuovi di più alto valore intellettuale; e questo è il dato che sottolinea John Hawksworth, chief economist in PWC.
Chiaramente questa prospettiva vagamente neo-fourieriana non convince del tutto e soprattutto resta la preoccupazione per le dimensioni quantitative di ciò che scomparirebbe rispetto a ciò che emergerebbe: riesce difficile immaginare una piena reintegrazione lavorativa dei soggetti espulsi dal ciclo produttivo. Ma, al netto della polarità ottimismo-pessimismo, dobbiamo immaginare davvero come unica soluzione una “tassazione dei robot”, come ha proposto Bill Gates, per finanziare altra occupazione nelle aree non robotizzabili e arricchire gli ammortizzatori per la disoccupazione?
Sono domande importanti che la politica, purtroppo spesso condannata all’orizzonte ristretto dell’immediatezza, dovrebbe porsi, magari andando un po’ al di là delle dispute tipo curriculum vs calcetto. Lo scenario del lavoro futuro difatti presenta almeno due punti critici, che rischiano concretamente di diventare dirompenti per le nostre società: il primo è la riduzione drastica dei lavori a più basso tasso di specializzazione, con problematiche legate agli assetti della working class, ma anche alla integrabilità nel nostro sistema produttivo con eventuale manodopera generica proveniente dall’immigrazione.
Il secondo è la paurosa latenza di lavoro giovanile: è di questi giorni il rapporto Aran che certifica attorno al 3°% la presenza di addetti sotto i 30 anni nella pubblica amministrazione (e questo aspetto puntuale aprirebbe un ulteriore e complicato discorso, che però bisognerebbe cominciare a fare…). La mancanza di turnover adeguato in tutti i settori non solo mette in crisi le speranze di futuro delle nuove generazioni, riguardo alla loro capacità di porsi costruttivamente nei processi sociali, economici e culturali dei prossimi decenni, ma ha effetti catastrofici sul sistema pensionistico e previdenziale.
Al di là della valutazione di insieme, la ricerca Pwc suggerisce una pista molto importante, indicando che i settori più resistenti e che potranno produrre nuova occupazione sono quelli dove il bagaglio culturale è più importante. Lo sguardo lungo della politica buona dovrà rendersi conto dell’ovvio: investire in formazione, in merito, in acquisizione di cultura e di competenze non è un lusso, ma una necessità per la sopravvivenza delle nostre società, se ci vogliamo giocare la chance di non farle diventare una colossale plaga abitata da disoccupati mantenuti con qualche assegno sociale spremuto ai padroni dei robot.
Anche di questo l’agenda culturale e politica del centrodestra ricostruito, se vorrà essere veramente “di governo”, dovrà farsi carico, pena l’irrilevanza sui grandi temi del nostro futuro.

(articolo pubblicato sull'Occidentale il 31 marzo 2017)

Digital libray italiana



C’è stato un tempo, non troppo remoto, che per un muro crollato a Pompei si arrivava ad armare una mozione di sfiducia individuale al ministro dei Beni Culturali. Qualcosa (o tanto) è cambiato, se praticamente solo Giulia Barrera sul Manifesto del 17 marzo (Quel pasticcio della “Digital Library Italiana”) ha rilevato l’approssimazione e la superficialità con cui il Ministro in carica ha affrontato un tema strategico come un progetto nazionale di digitalizzazione delle immagini e dei testi.
Ricapitoliamo: il 10 marzo il ministro Franceschini annuncia la “nascita” della Digital Library italiana. L’inglese è d’obbligo, e il clima è perfettamente riassunto dal peana che compare sulla Stampa: “Dalla biblioteca Angelica a quella Casanatense, dall’Alessandrina alla Medicea Laurenziana, dalla Marciana alla Braidense. C’è una vena d’oro sotterranea e nascosta ai più che scorre tra le meraviglie archeologiche, architettoniche e monumentali con cui l’Italia abbaglia i viaggiatori di tutto il mondo: profuma di pagine antiche, preziose e irriproducibili ed è disseminata nel silenzio delle tantissime e bellissime biblioteche italiane”.
“Ma qualcosa sta per cambiare: nasce oggi infatti la Digital Library italiana, una biblioteca nazionale digitale, che avrà l’obiettivo di valorizzare questo sterminato patrimonio diffuso e di renderlo fruibile a chiunque ne faccia richiesta, anche a distanza. Ad annunciarlo è il ministro Dario Franceschini in una conferenza all’Accademia dei Lincei”. Come commentare? Che finalmente usciamo dall’arretratezza e siamo vicini a un traguardo decente?
Le cose purtroppo non stanno esattamente così: prima di tutto è un vero peccato che questo nuovo cospicuo finanziamento annunciato (due milioni di Euro) non sia il primo della serie: come ha scritto la Barrera, “negli anni, infatti, di soldi se ne sono spesi e anche tanti; più di un ministro ha infatti voluto cogliere i benefici di immagine che poteva offrire il comparire come colui che digitalizzava il patrimonio culturale italiano”.
E’ almeno dal 1986 che si investe in progetti per le tecnologie per i beni culturali: i “giacimenti culturali” (600 miliardi, il progetto “Cultura Italia”, 1 milione e 300mila Euro), il progetto di digitalizzazione del patrimonio librario attivato in accordo con Google; e poi molti altri, patrocinati da Regioni, Enti locali, Università: un fiume di denaro, una miriade di iniziative spesso non ben coordinate. I risultati? Diciamo discontinui (ma non inesistenti), a volte deludenti, come il caso di “Cultura Italia” che, partito con obiettivi molto ambiziosi, restituisce al navigatore poco più di quello che si può trovare con una normale ricerca in Google.
I difetti? Prima di tutto questi progetti sono spesso frutto della cultura dell’annuncio, non vengono impiantati sul terreno solido delle verifiche: così si dice impunemente che il patrimonio culturale è all’anno zero delle tecnologie, e si ignora (ricorda sempre la Barrera) che “il Sistema archivistico nazionale permette di accedere alla descrizione del patrimonio documentario conservato da oltre 10mila istituti di conservazione e di accedere a più di 55 milioni di documenti digitalizzati; e il Servizio bibliotecario nazionale permette di consultare on line il catalogo unificato di circa 6mila biblioteche e accedere a 800mila testi digitalizzati. Un altro portale, “Internet culturale”, è finalizzato a facilitare l’accesso alle copie digitali di libri e periodici antichi e include oltre 10 milioni di oggetti digitali”.
Detto altrimenti, queste istituzioni, pur con una gestione che a volte è stata considerata burocratica e dispersiva, hanno costruito nel tempo un patrimonio che è veramente strano possa essere sottaciuto e deprezzato. Ma non finisce qui, perché il fatto più clamoroso è nessuno di queste due entità, nelle cui cabine di pilotaggio sono collocate fior di competenze e anni di esperienze, è coinvolto nel progetto: la creazione della “Digital Library Italiana” è stata affidata all’Istituto per il catalogo e la documentazione (Iccd), il cui fine istituzionale è la catalogazione del patrimonio culturale, ad eccezione di… archivi e biblioteche.
Le logiche sottese a queste scelte politiche sono sempre un po’ misteriose, ma forse non c’è neppure bisogno di ricorrere all’ipotesi di interessi poco trasparenti: a spiegarle forse basta il compulsivo bisogno della politica di avere una vetrina sempre illuminata, anche se molto costosa e poco produttiva.

(articolo pubblicato su Occidentale, 20 marzo 2017)

mercoledì 23 novembre 2016

Francia: quel voto cattolico che spinge Fillon verso l'Eliseo



Presi dall'imminenza del nostro referendum e ancora stupefatti della vittoria di Trump, forse non abbiamo fatto molta attenzione alla Francia, dove domenica si è svolto il primo turno delle primarie del centrodestra: un po’ di non celata soddisfazione e qualche post nel popolo di destra per l’uscita di scena del ridente (ex) Sarkozy, bombardatore della Libia, e poco più. Invece, nelle profondità della douce France, qualche movimento tellurico e qualche sorpresa non è mancata. E almeno due non erano state proprio previste alla vigilia. La seconda è la vittoria di François Fillon, con il 44% dei voti, seguito da Juppé col 28,4%. Ma la prima sorpresa è il dato sulla partecipazione, 4 milioni di elettori. Gli stessi organizzatori si sono stupiti. Ed è da questo che bisogna partire.



Secondo vari osservatori, primo tra tutti Pascal Bruckner, la spinta nelle urne è stata data da una mobilitazione del mondo cattolico. Quando tutti si aspettavano il duello tra Juppé e Sarkozy, è emerso il terzo uomo, con un profilo e una storia sempre da “secondo” (è stato varie volte ministro e anche primo ministro di Sarkozy), ma con un background che ha convinto molti elettori di centrodestra. François Fillon viene dalla Francia profonda, Le Mans, dove è nato nel 1954; ha un passato politico tutto nel partito gollista, di cui incarna alcune linee fondamentali soprattutto in politica estera (sempre un po’ - o un po’ tanto - diffidente nei confronti degli USA) e nel radicamento nei valori tradizionali. Cattolico senza remore, ha inserito nella sua agenda politica un’ostilità di principio alle leggi abortiste (anche se ha dichiarato che non intende cambiarle), e un’ostilità anche più fattuale a nozze gay e utero in affitto. Se a questo si aggiunge un ripetuto sostegno alla causa dei cristiani perseguitati nei paesi islamici e altrove nel mondo, si comincia a capire cosa abbia spinto la “mobilitazione cattolica” di cui parla Bruckner.


In politica economica, Fillon sostiene la necessità di grandi liberalizzazioni, in un Paese che è anche più statalista e rigido dell’Italia, mentre in politica estera è fautore di una maggiore vicinanza alla Russia di Putin; per storia politica è ovviamente più sensibile all’idea dell’"Europa delle nazioni", ma senza troppe ostilità pregiudiziali verso la collaborazione europea. Insomma sul lato "centrodestra" della politica francese si è posizionato un competitor di peso. Se, come pare ineluttabile dopo la débacle di Hollande, la sinistra non giocherà la prossima partita delle presidenziali, si andrà al ballottaggio tra François Fillon e Marine Le Pen, con un Fillon che, con le sue posizioni conservatrici sui temi etici e aperte a Putin in campo internazionale, ha sparigliato lo schema classico destra liberale vs.destra identitaria. E ancora, c’è un altro elemento che entra in partita: dal momento che sui temi etici e sociali la piattaforma di Marine Le Pen al momento è più “laica e giacobina” di quella di Fillon, e per di più nel Front National hanno un grosso peso personaggi come il laicissimo vice Florian Philippot, assisteremo a una bella battaglia tra le due destre. 
Con la sinistra a guardare, e forse un po’ ad arbitrare.

(pubblicato su Occidentale il 23 novembre 2016)

venerdì 7 ottobre 2016

Ma Renzi vuol prendersi pure le università?

Pubblicato su L'Occidentale del 4 ottobre 2016

Siccome la corruzione può annidarsi dappertutto, il numero uno dell’anticorruzione, Raffaele Cantone, interviene oramai sui temi più disparati, dalla liberalizzazione delle droghe cosiddette leggere fino ai problemi dell’Università. Lo scorso 24 settembre, il Corriere della Sera pubblica un’inchiesta sullo stato dell’Università italiana, corredata da quattro impietose tabelle OCSE (per le tabelle vedi un mio post su Recto&Verso): dagli investimenti pubblici al numero dei laureati, tutti i dati ci posizionano molto al di sotto della media UE21 e G20. Che i numeri non siano confortanti sono tutti d’accordo. Resta però che la qualità del “prodotto” in termini di laureati e dottori di ricerca sembra abbastanza alta, se si considera la presenza abbondante di ricercatori italiani nelle università nordamericane, britanniche e dell’Europa del Nord.
Per Cantone è l’occasione di mettere sotto accusa la corruzione dei nostri concorsi universitari, che costringe i migliori ad andarsene all’estero. La maggior parte dei media si accoda e spuntano vecchie indagini sulla “parentopoli”. C’è una casta da additare al pubblico ludibrio, come resistere? Fioccano le repliche di parte accademica, col sito ROARS in prima fila: innanzitutto parlare di parentopoli è fuorviante, si tratta di un fenomeno molto disdicevole ma la cui rilevanza numerica non basta assolutamente a spiegare il declino dell’università: il problema vero è che non si fanno concorsi per ricercatori, e i giovani di talento sono costretti ad emigrare. Tutto chiaro? Veramente non proprio tutto, e vediamo perché, considerando che le risposte sommarie non giovano mai troppo, quando si ha a che fare con problemi complessi.
Intanto diciamo che è vero, parentopoli in senso stretto è un fenomeno abbastanza limitato, a un tentativo di esame statistico serio non sembra superare la soglia “possibile” del 3% del personale docente. E’ vero anche che ogni tanto il tema emerge mediaticamente perché fa tanto “casta”. Ma è anche risaputo che esistono altri tipi di filiere accademiche e consorterie, non sempre virtuose, a dire il meno. Insomma, rispondere ai rilievi fatti da Cantone affermando che nelle università va tutto bene e quindi “dateci più soldi e ci pensiamo noi”, può essere irritante, oltre che fuorviante. Ma c’è un altro aspetto della questione che preoccupa e molto: se l’esito di queste polemiche dovesse essere un aumento del controllo governativo sulle cattedre universitarie, avremmo aggiunto un tassello importante al processo di abbattimento dei corpi intermedi e delle autonomie, che costituisce la “cifra” più significativa della riorganizzazione istituzionale predisposta dal governo Renzi.
Purtroppo non si tratta di un’ipotesi solo teorica. Il famoso decreto sulle “cattedre Natta”, in preparazione, prevede l’assunzione straordinaria di un certo numero di docenti universitari in deroga alle norme concorsuali vigenti, con criteri che saranno definiti da un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, vagliati da commissioni nominate appositamente. E’ stata ventilata l’ipotesi che i commissari potrebbero essere nominati direttamente dalla Presidenza del Consiglio: questo punto non è ancora chiaro, ma stupisce che l’allarme lanciato da ROARS (l'editoriale e Umberto Izzo) non abbia suscitato reazioni né smentite, almeno per ora.
Polemicamente, l’editorialista di ROARS ha affermato che neppure Mussolini si immaginò mai di arrivare a tanto e che sarebbe un bel metodo per normalizzare le università, dove allignano ancora troppi gufi e rosiconi. Umberto Izzo, ricordando “il valore della libertà accademica, intesa (fra le altre cose) anche quale autonomia dell’Università dalla politica”, conclude: “Con le lenticchie di questo (piccolo e tuttavia prezioso, vista la penuria dei tempi) piatto delle cattedre Natta ci si potrà sfamare mettendosi ordinatamente in fila, ma il costo rischia di essere davvero incommensurabile per l’autonomia della comunità scientifica italiana”. Se si aggiunge che la parlamentare del PD Francesca Puglisi, componente della VII commissione Istruzione pubblica, ha affermato che ”…il decreto Natta sarà una sperimentazione per la selezione dei docenti universitari. Potrebbe rivelarsi un procedimento da estendere a tutti i docenti universitari, non solo alle supercattedre”, il cerchio si chiude.
Forse a voler essere scaramantici è meglio dire “si chiuderebbe” perché riesce veramente difficile immaginare che in un paese democratico possa verificarsi un’occupazione di queste dimensioni dell’Università da parte della Presidenza del Consiglio. E’ necessario denunciare questo rischio e contemporaneamente resistere alla pressione mediatica che immagina di rispondere ad ogni imperfezione della società con un aumento del controllo politico. Contro ogni deriva centralistica, e sfidando un bel po’ di radicato giustizialismo dilagante, si deve riaffermare che le Università, come del resto ogni comunità organizzata dedicata alla studio e alla ricerca, possono crescere solo se utilizzano procedure di cooptazione, ossia se la comunità è messa in condizione di scegliere chi è in grado di farne parte.
Lo Stato si deve occupare di monitoraggio costante dell’offerta formativa in termini di corsi e di sedi, di valutazione dei risultati della ricerca misurata con criteri articolati e non meramente numero-bibliometrici, dei risultati della didattica, anche attraverso il feedback degli studenti e degli stakeholder presenti nel territorio, e di ricaduta in termini di occupazione lavorativa, certamente perfezionando e affinando gli strumenti già in uso. Ma l’idea che i commissari li nomini il nostro multitasking presidente del consiglio, o chi per lui - che così metterebbe le mani anche sull'università, dopo i giornali, le tv, le banche - francamente deve essere rigettata con forza. Anche in questo caso, come in analogia per le autonomie comunali e i corpi intermedi, occorre rafforzare una proposta politico-culturale che miri a darci un sistema universitario adeguato alle esigenze di un grande paese e che si opponga con fermezza ad ogni tentativo di mortificarne la vivacità e la crescita autonoma.