giovedì 13 gennaio 2022

Il cammino di Benedetto

 

L’Appennino non è solo una catena di montagne più o meno adatte alle attività all’aperto così care all’uomo urbanizzato in cerca di spazi diversi: escursionismo, trekking, sci… Tutte cose che vanno bene, anzi benissimo, da fare crescere senza deturpare, facendole diventare sempre più fonte di vita per i paesi e di reddito per gli abitanti.

 

L’Appennino è di più: se lo guardiamo attraverso il tempo – diacronicamente, come si dice – è la rappresentazione a strati della nostra storia, dalla prima apparizione del nome Italia su una moneta a Corfinio nel 90 a.C., ai resti della presenza italico-romana nelle sue cittadine e nei suoi paesi, alle innumerevoli testimonianze della presenza cristiana negli eremi, nei santuari di montagna spesso edificati in luoghi di culto precristiani, all’impronta dei grandi santi fondatori, primo fra tutti Benedetto da Norcia, ma poi via via il lascito dei francescani e dei domenicani, i monasteri cistercensi, la diffusione capillare della pietà “moderna” attraverso le missioni dei Redentoristi e dei Passionisti… Insomma, l’Appennino è anche  un libro di storia e una mappa iconografica della storia italiana più profonda.

È questo il motivo per cui il modo più pertinente di percorrerlo non è quello dell’andare a zonzo o girovagare senza meta, ma quello dei cammini, che partono da un punto e hanno una destinazione, secondo un paradigma che li avvicina ai pellegrinaggi (di cui il Cammino di Santiago è il prototipo). Da un po’ di tempo c’è un interesse crescente per questo tipo particolare di escursionismo e ci si preoccupa non solo di segnarne i percorsi, ma di valorizzarne il contesto, illustrarne il significato storico e “valoriale”.

Uno dei più significativi, per lo spessore spirituale e le conseguenze storiche che sottintende, è quello che comincia a Norcia, patria di Benedetto e termina a Montecassino, monumento-testimonianza del medioevo europeo e martire-testimone dell’ultimo disastroso conflitto dell’Europa sempre più in fuga dalle sue radici.

Bè, lo potete fare anche voi in una ventina di giorni, si attraversano paesi e località pieni di storia e di passato, ma purtroppo dal presente incerto e dal futuro problematico. È il viaggio che hanno fatto subito dopo il lockdown uno studioso, professore di storia prestato alla politica (che mi sembra poco propensa a ridarlo indietro …) e un giornalista-analista di rango insieme ad alcuni amici ben scelti. Dall’esperienza non poteva che uscire almeno un libro, e difatti ne sono usciti due: attorno al viaggio hanno elaborato varie riflessioni, esistenziali, ma anche politiche nel senso migliore. Addirittura il libro del professore-senatore si chiude con un decalogo di indicazioni per fermare il declino e avviare la rinascita. Tutta roba interessante, che magari vedremo di sintetizzare in un prossimo post.

 


Post pubblicato originariamente sulla pagina Facebook l'appenninico ottimista
 

martedì 4 gennaio 2022

I numeri della montagna

Cominciamo a dire che in Italia (ca 300mila kmq) il 35%del territorio è in montagna, il 41% in collina, il 23% in pianura, mentre nel resto dell’Europa prevalentemente è il contrario.
E la popolazione? Per secoli è stata più in collina e in montagna, anche perché la pianura era spesso malsana, tanto che la montagna era sovrappopolata, e quindi a un certo punto la gente cominciò ad emigrare, per avere più occasioni di sopravvivere o migliorare la propria condizione.
Per farla breve e limitarci agli ultimi settant’anni, prendiamo come riferimento il censimento del 1951, quando in montagna ci abitavano 8 milioni di persone su 47 (il 17,7%), oggi 7 milioni su quasi 60 (il 12%): detta così non sembra catastrofica come si potrebbe immaginare, ma comunque resta il dato che la popolazione italiana in 70 anni è aumentata di 12 milioni e la montagna ha perso un milione.
 
La densità: in montagna 60/kmq, in collina 150/kmq, in pianura ben 450°/kmq, tutti stipati là in basso insomma.

Ma dove finisce la collina e comincia la montagna? Per comodità diciamo a 700 metri, anche se ci sono parametri leggermente diversi tra Nord e Sud. 

E i comuni come sono distribuiti? Quelli sopra i 500 metri sono 1460, e di questi 763 stanno fra 700 e 1000 metri slm, almeno parlando di sede, perché bisogna sempre tenere presente che molti abitanti stanno più in basso comunque. 

In questo magma segnato in prevalenza dallo spopolamento progressivo bisogna sottolineare che quelli messi peggio sono i comuni tra 500 e 900 metri, che stanno pagando e pagheranno i costi più alti in termini di residenti. Quelli sopra i 1000 metri se la cavano meglio: dei 282 che hanno la sede sopra i mille metri ben 92 negli ultimi 10 anni ha aumentato la popolazione. E perché? Sono più attrattivi in termini di offerta di lavoro nel turismo, che nel frattempo da turismo lento, riposante e residenziale delle famiglie che andavano in villeggiatura, è diventato sempre più sportivo e veloce. Questo cambiamento premia la montagna vera e propria e penalizza le colline e la bassa montagna che chiaramente non possono competere su questo stesso piano (innevazione, piste, vin brulé e compagnia bella).

Aggiungeteci che l’inverno demografico in cui il nostro paese è entrato a pieno titolo dovrebbe portare la popolazione complessiva a scendere sotto i 40 milioni entro la fine del secolo.

Da un articolo, documentatissimo, del demografo Roberto Volpi, uscito oggi sul Il Foglio (da cui ho ricavato questi dati così succosi) emerge un quadro senza speranza per chi può offrire la stabilità e diciamo pure la ripetitività dei luoghi di altezza intermedia? Un po’ sì, ma è evidente che quello che resta delle classi dirigenti che sono sul posto - se resta- dovrebbe cominciare a ragionare seriamente di una diversa attrattività, soprattutto creando condizioni di appetibilità residenziale o semiresidenziale in termini di: 1) facilitazioni abitative 2) ristorazione e accoglienza, 3) collegamenti stradali e ciclo-sentieristici 4) rete internet 5) energia. Ossia i 5 punti su cui i nostri paesi si giocano il possibile futuro, scommettendo contro la morte.


 

Post pubblicato originariamente sulla pagina Facebook l'appenninico ottimista

domenica 2 gennaio 2022

Il Colosso dell’Appennino

 


Non è che sia tanto conosciuta la statua-grotta-montagna alta 14 metri realizzata attorno al 1580 dallo scultore fiammingo Jean de Boulogne, (1509-1608). Un detto famoso, ma forse solo leggendario, recita: “Giambologna fece l’Appennino, ma si pentì di averlo fatto a Pratolino”, per dire che se il colosso fosse stato in un punto più noto e frequentato della zona di Firenze avrebbe avuto ben altra fama.
Ma che ci possiamo fare? Anche come statua l’Appennino, anche se bellissimo, è destinato alla marginalità e ad esssere poco conosciuto? E però vediamola anche da un altro lato: la sua presenza può essere per tanti l’occasione di visitare il magnifico parco della villa Demidoff (già Villa Medicea) di Pratolino a Vaglia (FI).

Approfondisci ancora a questo link

[Post apparso originariamente su Facebook, alla pagina
L'appenninico ottimista]




giovedì 11 novembre 2021

Le corna di San Martino

Tra la fine di ottobre e la festa di San Martino, molto tempo prima che nei nostri paesi arrivasse l’illuminazione elettrica, le zucche la facevano da padrone, con la bocca e gli occhi scavati e illuminate da candele, a rappresentare i morti, e anche a impedirne il ritorno nelle case. Le zucche, e attorno i bambini come messaggeri e interpreti dei morti, questo è il canovaccio standard.  In Abruzzo, Puglia, Calabria, Friuli, sono attestati cortei di bambini, muniti di una zucca svuotata e illuminata all'interno da una candela, che passavano per le case battendo alla porta, e alla domanda del padrone “ chi è?”, rispondevano una cosa come “le anime dei morti”, ricevendo in cambio dolci, monete o altro: facile riconoscere lo schema elementare di “scherzetto o dolcetto”.

Poi è arrivata la TV, e ancora dopo le zucche e le maschere di importazione americana: ma intanto era passato un bel po’ di tempo, pochi si ricordavano dei poveri riti del nostro folklore agricolo, e tutto l’ambaradan della "vigilia di tutti i santi" (all allows eve) sembrò una novità assoluta, e pure brutta, se non irriverente o addirittura satanica. Ma invece più che un’americanata pura era un ritorno di usanze che erano arrivate in America con i contadini europei: l’accento era un po’ cambiato, i vestiti pure, ma da qua venivano, come è successo per dire a San Nicola che ci è tornato indietro ingrassato e trasformato in Santa Claus, che poi come si sa è lo stesso nome; e perfino i vestiti rossi vengono da quelli del santo vescovo di Mira venerato a Bari.


Ma questo più o meno lo sanno tutti, anche i più riluttanti, quelli che invocano l’esorcista appena vedono profilarsi all'orizzonte uno vestito da fantasma.


 
Invece le credenze che ruotano attorno a San Martino di Tours rimangono più oscure, ed è come se due figure si fossero sovrapposte, una agiografica ed ecclesiastica, l'altra folkloristica e popolare. Sul santo esiste un'agiografia codificata, basata sulla Vita Martini, un testo del IV secolo attribuito Sulpicio Severo, e di lui si sa tutta la storia: il freddo, il povero, il mantello diviso, la vita da monaco, vescovo e santo. Resta però da spiegare soltanto un particolare curioso, molto radicato nelle narrazioni popolari: San Martino è comunemente definito cornuto, e quindi popolarmente anche protettore dei cornuti. Una qualificazione stranissima, a dirla così. Ma se facciamo un giretto tra le credenze che vanno e vengono, scopriamo che in certi paesi -sempre prima che la TV divenisse la compagna universale delle serate- c’era l’usanza di fare una processione parodistica di bambini con una zucca vuota forata negli occhi, nel naso e nella bocca e illuminata all'interno da una candela. Sulla fronte troneggiava una coppia di corna di capro, di toro o di montone. In molti casi la zucca era la testa di un pupazzo di paglia che alla fine della processione veniva bruciato in un bel falò.
Nel Napoletano e in Campania questa faccenda delle corna di San Martino è particolarmente viva, e proprio da quelle parti veniamo a scoprire un’altra tessera del mosaico: la curiosa storia della sorella “puttana”, che – non avendo egli moglie- spiegherebbe la cornutaggine del santo.
San Martino se purtava ‘a sora ncuollo... San Martino si portava sulle spalle la sorella, per evitare che desse seguito alle sue incontenibili voglie, ma invano, perché lei trovava sempre il modo per sfuggire alla sorveglianza. Su questa beffarda e poco agiografica narrazione a volte erano incentrate le processioni caricaturali, parodia delle processioni ufficiali, con tanto di soste e sermone. Da bambino ho assistito dal vivo a questa rappresentazione, con zucca e campanacci, organizzata, gestita e interpretata specialmente da ragazzi appartenenti a famiglie di pastori (che avevano la disponibilità dei campanacci), che detenevano anche il copione del rituale, con le soste e i sermoni irriverenti sulla vita caricaturale del santo, compresa la spiegazione della famosa "cornutaggine”, dovuta alla disinvolta sorella.
 
Ma solo un'ultimissima tessera ci spiega compiutamente il disegno del mosaico: molto probabilmente la storia della sorella puttana è nata per l’impossibilità di spiegare le corna, che non erano di San Martino di Tours, quello del mantello, quanto piuttosto di un dio precristiano, munito di corna (Cernunno?) di cui lui ha preso il posto e alcune funzioni. Insomma, dietro la festa e la figura di Martino era nascosto un altro dio, la cui forza, potenza e fecondità erano simbolizzate dalle corna.


 

In ogni caso gli elementi carnevaleschi e propri di una notte da "mondo alla rovescia", con i bambini protagonisti, sono chiarissimi in tutte le manifestazioni di questo periodo dell'anno. Periodo di pausa, di svina, di rinnovo di patti agricoli, e quindi contaminato con le credenze e le pratiche sulla fine del tempo vecchio e l'inizio del tempo nuovo, come il capodanno e il carnevale. Non è un certo un caso se in certi paesi d’Abruzzo la festa di San Martino si chiama Capetiempe.


sabato 3 luglio 2021

La lezione francese

I risultati del ballottaggio delle elezioni regionali in Francia sembrano confermare e consolidare una tendenza che si era già delineata al primo turno e che le agenzie sintetizzano così: flop per Le Pen e Macron, tornano gollisti e socialisti. O anche, come ha suggestivamente suggerito Le Monde, “la vendetta del vecchio mondo”.

Prima di andare a vedere i numeri credo sia utile premettere che il quadro politico francese abitualmente presenta molti motivi di interesse anche per l’Italia, sia  per la somiglianza degli schieramenti politici in generale sia, per quanto ci riguarda più direttamente, per il carattere quasi paradigmatico delle articolazioni della destra – come delineate fin dal 1963 da René Rémond ne “La destra in Francia” – con la classica tripartizione e sovrapposizione delle destre a partire dall’atteggiamento nei confronti della Rivoluzione del 1789: quelle peculiarità strutturali e ideologiche, rafforzate nel tempo dalla vicenda della Resistenza, con la dicotomia De Gaulle/Petain e poi dalla grande frattura sull’Algeria, nonostante le spinte fusionistiche che periodicamente tentano di farsi strada, di fatto continuano ad avere una persistenza di  lunga durata.

Il primo dato che balza agli occhi, ancora più importante del risultato dei partiti, è l’ampiezza dell’astensionismo, che ha coinvolto il 65% degli elettori, sintomo di una stanchezza diffusa che non trova sbocchi nel quadro dell’offerta politica standard. Il dato forse andrà un po’ ridimensionato, trattandosi di elezioni regionali, e non è detto che si replichi nella stessa misura in occasione delle Presidenziali, ma resta significativo e preoccupante per i partiti.
Il resto degli elettori si è distribuito negli schieramenti ormai classici, con una tendenza ad addensarsi verso quelli più vecchi e rassicuranti (gollisti e sinistra) e, in varia misura, a punire sia l’offerta tecno-progressista del partito République en marche! di Macron, che fa fatica ad allargarsi al centro e a destra, conquistando pochissimo anche a sinistra,  sia la destra di Marine Le Pen, benché arricchita con innesti di personaggi provenienti dall’area sarkozista e dedita a una revisione importante dei temi e dei toni, riscontrabile anche nel cambiamento di nome (Rassemblement National ha sostituito da tempo la denominazione Front National che risaliva al suo fondatore  Jean-Marie) (1)

Venendo ai numeri, il primo elemento da sottolineare è che le regioni sono andate sette alla destra gollista e cinque alla sinistra (alleanza di socialisti e verdi), zero per Macron e Le Pen. Aggregando i risultati a livello nazionale, i Repubblicani (vulgo gollisti) col 38% – nonostante le vicissitudini attraversate e l’ancora non ben decifrato affondamento di François Fillon – si confermano il primo partito, seguiti dalle sinistre al 30%. Macron si ferma al 10%, e da nessuna parte va al secondo turno. I “nazionali” si attestano sul 20%.  Nelle sfide del secondo turno tra repubblicani e nazionali vincono i primi sia a Nord (Hautes-de-France) che a Sud (Provence-Alpes-Côte d'Azur). Marine Le Pen sottolinea che le alleanze “naturali” hanno come al solito ricompattato “il resto del mondo” contro di lei e il suo partito. Vero, ma non basta, perché i sondaggi della vigilia la davano largamente preponderante in molte situazioni, con la quasi certezza della conquista almeno della Provenza, laddove per averla vinta sul gollista Renald Muselier non è bastato un personaggio del calibro di Thierry Mariani, ex ministro di Sarkozy noto per la simpatia verso Putin e Assad, e la partita sembra finita a 53-55% contro 44-46%.
Ma il risultato forse di maggiore peso politico è quello della Hautes-de-France, col successo di Xavier Bertrand, che ha trionfato di nuovo nella regione (i primi dati parlano di 52,8, a fronte del 25.8% del candidato lepenista, col centrosinistra terzo), e che ora si candida come un serio rivale di Macron per la poltrona più alta dell'Eliseo, in vista delle presidenziali del prossimo anno. D’altra parte, la mancata vittoria di RN rallenta non poco lo slancio della sua candidata, Marine Le Pen, nella sua campagna per le elezioni presidenziali del prossimo anno. Oltre tutto alla sua destra, attorno ad Eric Zemmour si sta materializzando un’alternativa più radicale, che potrebbe insidiare anche quel 20% oggi al sicuro.

(1) Per la storia dell'estrema destra francese -dalla Rivoluzione a Marine Le Pen - resta imprescindibile il libro di Marco Gervasoni, La Francia in nero, Marsilio 2017

Articolo pubblicato sull'Occidentale del 28 giugno col titolo "Dalla Francia una lezione per la destra: vincere nei sondaggi non basta"


sabato 26 giugno 2021

Gianni Cipriano, intellettuale precoce

Da quando avevo dieci anni ho cambiato scuola, compagni, ambiente (e due collegi) ad ogni svolta: ho fatto le elementari a Settefrati, le medie ad Anagni, il ginnasio-liceo a Frascati, l’università a Pisa.

Forse per questo non mi sono mai rassegnato a perdere totalmente i contatti con le persone che via via ho conosciuto: è un'impresa titanica, anche se negli ultimi anni facilitata dal Web e dai social, ma ogni tanto qualcuno riesco a scovarlo. Un mio amico carissimo, uno dei pochissimi esistente e resistente 'da sempre' dice che faccio "l'archeologo del nostro passato", scherzando sulla mia ansia - a volte veramente compulsiva -  di sapere che fine ha fatto Tizia oppure Caio. Non sempre è  una bella sorpresa: di Gianni Cipriano, originario di Pozzuoli, mio importante compagno in quinta ginnasio a Villa Sora, non avevo trovato mai un cenno. Poco più di un mese fa, in una rituale ricerca Google, mi sono imbattuto nell'articolo del blog I campi Flegrei di Giuseppe Peluso. E così ho scoperto che era morto, nel 2018. E dire che io mi accanisco a cercare perché, come ho ripetuto mille volte, detesto la prospettiva di rivedere le persone… nel giorno del giudizio. Ma tant’è, Gianni era passato direttamente dall’altra parte senza mai aver avuto la possibilità di rievocare con lui un periodo così intenso. Ho messo una nota sul blog di Peluso, e lui mi ha pregato di mandargli qualche ricordo, qualche aneddoto di quel periodo, con cui integrare il suo articolo: cosa che puntualmente ha fatto. Così ho frugato un po’ nella memoria e in qualche cartaccia che viaggia con me da mezzo secolo.

Ecco qua

 



Gruppo di interni di Quinta nel cortile del ginnasio: Cipriano è il terzo della prima fila, io sono quello alla sua sinistra

Sono stato compagno di Gianni Cipriano in quinta ginnasio, sezione B, nel collegio salesiano di Villa Sora a Frascati. Correva l'anno scolastico 1964-65
Fu un anno un po’ turbolento, suggestioni e curiosità “intellettuali” si affacciarono con forza nella nostra vita. Eravamo interessati a tutto ciò che percepivamo muoversi all’orizzonte: musica, cinema, letteratura. Come capita sempre nei film, e qualche volta anche nella vita reale, avevamo un insegnante di lettere coltissimo e di mentalità aperta (cosa che non gli impediva di essere più che severo quanto alla coniugazione dei verbi greci e altre simili atrocità) che ci sollecitava e ci apriva scenari inusuali nel grigio tran tran dell’istituzione collegiale, don Fulvio De Rossi, che anche dopo la scelta dello stato laicale, sopravvenuta qualche anno dopo, ha continuato per molto tempo ad insegnare egregiamente in un liceo romano. Prendevamo tutto molto sul serio. Ci passavamo con entusiasmo I nuovi aristocratici di Michel de Saint-Pierre, un romanzo ambientato in una classe di ginnasiali molto “in crisi”: questo era il contesto, soprattutto per alcuni di noi, e Gianni, col suo impermeabile beige (o bianco?) col bavero rigorosamente all’insù, era una delle punte degli “intellettuali” problematici e critici. Ricordo che in quel periodo iniziò la pubblicazione della collana Oscar Mondadori (350 lire a uscita): noi andavamo religiosamente ad accaparrarcela in una libreria sotto la galleria di Frascati, e nella nostra mente sedimentavano prospettive nuove, portate dagli autori francesi, americani, spagnoli che andavamo incontrando: eravamo decisamente, anche se ingenuamente,  fuori della cultura del canone scolastico, c’era già quasi un’aria da pre-sessantotto, che si riverberava anche nel rapporto con i superiori, animati com'eravamo da un sentimento spesso border line e comunque abbastanza ostile.
Gianni, oltre che di musica, era appassionatissimo di cinema: ne ho rintracciato le prove anche in qualche pezzo scritto quell’anno per il giornalino ciclostilato, La Lanterna di Diogene, che - benché autorizzato e sorvegliato dall’istituzione- noi curavamo manco fosse un samizdat della primavera di Praga. Gianni durante la ricreazione amava appartarsi ad ascoltare i suoi adorati cantautori: ne ho trovato una traccia in un ritratto scherzoso, ma sicuramente affettuoso e solidale, che gli dedicammo con due pseudonimi Sistilio Montorfano ed io, coppia giornalistica che durò purtroppo molto poco.
Alla ripresa del primo liceo Gianni non c’era:  rientrò a Pozzuoli, dove fece il liceo, all'università studiò  a Napoli, laureandosi con Aurelio Lepre.  Poi è stato un apprezzato professore insegnante di filosofia e storia nei licei di Desenzano e Sirmione. Fino a un mese fa, come ho già scritto, non avevo saputo più nulla di lui: in fondo la non esistenza dei social per lunghi anni non è stato sempre un vantaggio.








venerdì 16 aprile 2021

Giovanni Gentile, il filosofo cancellato

Il 15 aprile 1944 a Firenze fu assassinato Giovanni Gentile, ad opera di un gruppo partigiano aderente ai GAP, comandato da Bruno Fanciullacci, che fu anche autore dell’esecuzione in prima persona. Forse in questi nostri giorni sempre più refrattari alle sfumature è di qualche utilità ricordare che l'azione non fu unanimemente approvata nell'ambito del CLN toscano [1]: Gentile era abbastanza anziano, da tempo fuori della vita politica in senso stretto, anche se la sua adesione alla Repubblica Sociale e l'accettazione della carica di Presidente dell'Accademia d'Italia, la cui sede era stata spostata a Firenze, gli aveva attirato varie chiamate in correo e qualche minaccia di morte. Ma era detestato anche negli ambienti più radicali del fascismo repubblicano e su di lui gravava da tempo un vecchio sospetto di terzietà o comunque di tiepidezza. Che poi potesse essere "complice" delle efferatezze del maggiore Mario Carità forse non arrivavano a pensarlo neppure i suoi sicari, benché lo affermassero. Ma questa è la fine. 


Prima c'è il Gentile esponente di primo piano dell'idealismo italiano, riformatore della Scuola, organizzatore dell'Enciclopedia Italiana, maestro di generazioni di studiosi protetti e aiutati indipendentemente dal loro credo politico e, da un certo punto in avanti, anche della loro appartenenza razziale. Certo, c'è pure il Gentile che scrive a quattro mani con Mussolini la voce "Fascismo" per l'Enciclopedia Italiana, il Gentile estensore e capofila del Manifesto degli intellettuali fascisti, che vede nel fascismo il compimento del Risorgimento, c'è il Gentile studioso epocale di Marx e del marxismo (aspetti su cui tanto si è soffermato Augusto Del Noce [2]): insomma un personaggio complesso e talvolta contraddittorio, a tutto riconducibile fuorché alla banalizzazione faziosa, l’uomo che – come ebbe a dire una volta se non sbaglio Massimo Cacciari con la vis polemica e sarcastica che lo contraddistingue – se fosse nato a Heidelberg in Germania e non a Castelvetrano in Sicilia sarebbe considerato uno dei più grandi filosofi europei del Novecento, se non il maggiore.

E però da un certo punto in avanti, dopo la sua esperienza di Ministro, Gentile fu soprattutto un accademico e un maestro, sostanzialmente un uomo di università. Da qui il suo legame fortissimo con Pisa, della cui Università fu Rettore e della cui Scuola Normale Direttore. In questa veste gli è unanimemente riconosciuto il merito della trasformazione della Scuola Normale da mero collegio per coadiuvare gli studenti meritevoli negli studi universitari in centro di eccellenza e vivaio per le migliori intelligenze dell'Italia futura, sempre nella prospettiva del fascismo come compimento del Risorgimento, elemento costitutivo del suo orizzonte politico-culturale: un modello che egli immaginava di estendere come affiancamento ad altri atenei italiani, per la coltivazione di competenze e di eccellenze diffuse, non certo come "parassitazione" dell'istituzione pisana, come purtroppo è stato inteso qualche volta negli ultimi anni. A Pisa comunque egli operò con larghezza di vedute, favorendo notoriamente anche studiosi in difficoltà per il loro antifascismo o per la loro appartenenza alla razza ebraica: basti ricordare il caso del tedesco Kristeller, tenuto il più possibile nella Scuola onde evitargli il rientro in Germania. A Pisa ebbe discepoli e prosecutori più o meno critici del suo pensiero, anche dopo la sua morte. Molti di loro confluirono nel robusto filone di intellettuali che si andava posizionando attorno al PC togliattiano, altri, come Armando Carlini, alimentarono una ripresa del pensiero cattolico rivisitato attraverso l’idealismo. Ma il suo nome fu silenziato, rimosso dai pubblici ricordi, e l’interdizione, vigente per moltissimi anni, possiamo dire che oggi conserva ancora intatto tutto il suo potere. 

 Mentre gli studiosi andavano riscoprendo criticamente lo spessore del pensatore e dell’organizzatore culturale, in pieni anni Ottanta il suo nome, per un pesante intervento di "vigilanza antifascista" fu cancellato da un'epigrafe che in modo del tutto avalutativo riportava l'elenco dei docenti, membri del personale tecnico e studenti morti a causa degli eventi bellici [3]. Neppure il nome... un'operazione che sembra ambientata più nella Mosca anni Trenta che non nella Pisa del 1984. Né sorte migliore incontra nel 1999 il tentativo di porre rimedio all'abrasione barbarica mediante un'epigrafe ad personam. La decisione, per la quale a un Rettore equanime sembrano maturi i tempi (“E' maturo il tempo per superare un comprensibile atteggiamento emotivo nei confronti di Gentile, ben consapevoli delle difficoltà dell'operazione che tocca dolorosamente la memoria sociale", sostiene il Rettore Modica) viene approvata dal Senato Accademico. Ma immediatamente si alza un gran polverone con dure prese di posizione di ambienti di sinistra, a cui il Rettore replica: "Nonostante le colpe storiche Gentile ha avuto un ruolo strategico nell'organizzazione delle istituzioni scolastiche ed educative del Novecento, creando in particolare un ambiente scientifico liberale, fino al punto di aiutare docenti ebrei, proprio nel momento in cui venivano emanate le leggi razziali, da lui stesso pubblicamente approvate''.  Iniziano tentativi di trovare una quadra sul testo da incidere: di modifica in modifica, di proposta conciliativa in proposta conciliativa, si giunge a configurare un ircocervo che pretende di mettere insieme il ricordo del grande filosofo con l'accusa (adombrata ma non troppo) di essere stato complice attivo delle persecuzioni razziali.
Insomma un tentativo di mediazione francamente insostenibile, che diventa immediatamente un caso nazionale: intervengono Montanelli, Cappelletti, Canfora, e da ultimo il nipote Giovanni Gentile, editore, minaccia di denunciare l'università nel caso che la formulazione definitiva rimanga quella. Il Senato accademico, preso tra due fuochi, "con rammarico" delibera di rinunciare all'apposizione della lapide. E così ancora oggi né una strada cittadina, né un'epigrafe, né un'aula e diciamo neppure un banco ne ricorda l'operato.
Chissà che alla fine non sia un bene, in questi tempi così propensi ad abbattere le statue e ad imbrattare le lapidi? In fondo al visitatore non distratto, se percorre il cortile della storica Sapienza pisana è ancora riservata una scoperta sorprendente: nella grande epigrafe che ricorda i morti per gli eventi bellici il nome di Giovanni Gentile, abraso, emerge tenacemente sotto il nome che lo ha rimpiazzato, come un fantasma innominabile e scomodo. 


[1] Antonio Carioti, Sanguinetti venne a dirmi che Gentile doveva morire, in Corriere della Sera, 6 agosto 2004, p. 29.
«L'omicidio di Gentile, anziano e inerme, suscitò una forte impressione e fu disapprovato dal Cln toscano, con l'astensione dei comunisti. Tristano Codignola, esponente del Partito d'Azione, scrisse un articolo per dissociarsi».

[2] Penso al Suicidio della Rivoluzione del 1978 e  al  postumo Giovanni Gentile del 1990 

"Alla radice filosofica dell’idea di inveramento del marxismo Del Noce incontrò la figura di Giovanni Gentile. Rimasto estraneo all’attualismo negli anni del maggior successo di questa filosofia, Del Noce ne riscoprì il significato storico nel momento della sua massima svalutazione. Centrale per la sua rilettura è la valorizzazione del saggio giovanile su La filosofia di Marx, nel quale Gentile coglierebbe l’originalità filosofica del marxismo come filosofia della prassi, che occorre però portare alla coerenza liberandola dal materialismo. L’attualismo viene quindi letto in questo senso da Del Noce come filosofia della prassi ritrascritta in chiave idealista. Nel tentativo di questa filosofia di raggiungere la realtà politica si disegna per Del Noce il necessario incontro con Mussolini. E il destino parallelo di attualismo e fascismo è misurato dal comune atteggiamento di 'solipsismo vissuto', espresso in un attivismo costretto a usare i valori cui si appella come strumenti per l’azione, e che pertanto finisce con l’avere carattere dissolutivo.Il ruolo centrale assunto da Gentile nell’interpretazione del pensiero e della storia contemporanei trovò sbocco nel volume postumo Giovanni Gentile. Per una interpretazione filosofica della storia contemporanea (1990), dove Gentile appare come colui che ha cercato di unificare, in chiave di radicale immanentismo, le due linee individuate da Del Noce nella modernità, quella della filosofia classica tedesca culminante in Marx e quella franco-italiana. Lo scacco del suo tentativo investirebbe tutta la visione del moderno come processo verso l’immanenza". (Stefano Di Bella, in Dizionario biografico degli italiani, s.v.).

[3] Tutta la tormentata vicenda è ricostruibile mediante la documentazione pubblicata nell'Archivio dell'Università di Pisa e raccolta nel fascicolo "1984 - L'Università di Pisa e la Seconda guerra mondiale" dell'archivio fotografico (materiale consultato in rete il 16-4-21)




lunedì 22 febbraio 2021

La caduta dei virologi?

 

Il punto di massima intensità, o – detto più prosaicamente – il momento in cui l’hanno fatta fuori dal vaso, deve essere stato quando Walter Ricciardi, consulente del Ministro della Salute, ha pubblicamente auspicato un lockdown severamente rosso per alcune settimane sull’intero territorio nazionale. E mentre il grosso di noialtri popolo semplice, oscillando tra terrore e incazzatura si affrettava a compiere riti scaramantici, qualcuno più fine ha tentato anche di indagare sulle ragioni di un’uscita così intempestiva, a governo non ancora perfezionato col voto di fiducia. Gesto solitario e crisi di nervi per qualche aspettativa di incarico non soddisfatta? Possibile, ma il seguito immediato delle due decisioni allucinanti sul pranzo di San Valentino negato e sulle piste di sci bloccate a poche ore dalla prevista e già deliberata apertura lascia pensare che ci sia anche dell’altro, meno personale. Forse marcare il territorio all’interno della nuova compagine, dopo i nuovi innesti politici e le (possibili) conseguenti incertezze di linea, forse una provocazione preventiva volta a mettere zizzania tra le forze di centrodestra appena affacciatesi nel governo di salvezza nazionale e la loro base sociale di riferimento, forse la volontà di sondare qualcosa di non perfettamente conosciuto, ossia la posizione del nuovo presidente del consiglio. Ci sta tutto, ma è chiaro che il tentativo eventuale di forzare la mano ha provocato un rigetto, sicuramente nell’opinione pubblica, ma probabilmente anche ai piani più alti della politica.

C’è un’espressione popolare toscana che descrive benissimo l’errore di chi persegue un risultato ma per la fretta sbaglia ansiosamente i tempi: “voler togliere l’uovo dal culo della gallina”, senza aspettare che l’abbia depositato. Quello che è successo probabilmente rientra un po’ in questa peculiare casistica. Ma non basta: a pochissima distanza, sempre per patrocinare la definitiva chiusura del paese intero, un altro esperto ospite fisso di vari programmi TV, Massimo Galli, afferma che il suo ospedale è invaso da malati affetti dalla famosa variante inglese, l’ultimo spauracchio dei media chiusuristi. E niente, rimedia una figuretta non da poco, perché l’ospedale lo smentisce categoricamente.

Da quel momento comincia il fuoco di fila e il 17 febbraio anche uno degli organi più attivi del circolo chiusurista, il Corriere della sera, con un articolo di Fabrizio Roncone, rileva la continua e fastidiosa presenza dei “virologi” che danno pareri politici in TV.
Sul fronte politico li inchioda Giovanni Toti, che prima invoca il lockdown per Ricciardi, e poi denuncia senza mezzi termini il protagonismo degli “esperti che nutrono il proprio narcisismo col terrore altrui”. A sua volta Matteo Salvini ribadisce: “Non ho parole. Non se ne può più di 'esperti' che parlano ai giornali, seminando paure e insicurezze”.

Insomma, forse il ruolo della compagnia sarà ridimensionato e sarà sobriamente pregata di dare i propri consigli direttamente al governo, limitandosi per il resto a contribuire all’informazione scientifica senza la pretesa di sostituirsi alla politica, oltre tutto spesso con proposte contraddittorie.
Noi, che questo fenomeno mediatico abbiamo cominciato a detestarlo si può dire fin dall’inizio, non potremmo che trarre sollievo da questa liberazione: una liberazione che forse dovremo attribuire al benefico Zeitgeist comunicativo dell’era Draghi e alla fine dell’epoca casaliniana, tutta post e dirette Facebook. Intendiamoci, qualcuno c’era già arrivato: in Francia, a quanto riportano vari organi di stampa, fra cui Il Giornale, è già qualche settimana che Macron ha posto fine a questo teatrino. Dopo che il presidente del Comitato scientifico Delfraissy aveva esternato la necessità di un confinement molto duro, ha imposto agli scienziati consulenti della politica questa linea: unità, concentrazione totale sugli obiettivi e zero protagonismi o allarmismi.

Ma sti francesi, si sa, sono sempre un pezzo avanti a noi.

(Pubblicato sull'Occidentale del 21-2-21 col titolo "Il crepuscolo dei virologi" con lo pseudonimo Cominius)



giovedì 28 gennaio 2021

La resistenza dei montanari: la Bergamasca nella morsa del COVID-19



È passato quasi un anno da quel 23 febbraio in cui ebbe inizio la catastrofe della Bergamasca e della Val Seriana. Due positivi al Coronavirus identificati nell’ospedale di Alzano, e poi una corsa veloce verso il precipizio, i morti, le bare portate via dai camion: una successione di eventi che ci ci lasciò sgomenti per settimane.
Poi è venuto il resto, l’estate, la ripresa del virus stavolta in modo più diffuso nel territorio nazionale, i colori delle zone, le polemiche sanitarie e politiche, e insieme il rischio di dimenticare la violenta tragedia, allora circoscritta a poche zone del Paese.
Certamente ad aiutare la nostra memoria ci sono i filmati, i documenti, le voci dei protagonisti, tutto disponibile, tutto consultabile… volendo. Ma forse niente più di questo libro essenziale – 150 pagine serrate – ci può restituire il clima e gli eventi di quei giorni.
Prima di tutto la terra: la Bergamasca operosa, solidale e radicata nei suoi valori (una identità di valori e una capacità muscolare, montana, di resistenza alle intemperie, come dice nell’introduzione Vittorio Feltri, bergamasco doc). Un libro in cui non son presenti scoop e rivelazioni, ma le testimonianze di “una geografia umana…fatta di collegamenti, di ogni uomo e donna e mestiere agganciato ad anello con gli altri delle strade accanto… e soprattutto della continuità e dell’impegno comune, quando le campane hanno suonato a raccolta, del dispiegamento dei valori che già fondavano e animavano la valle”. È questa la chiave di lettura, anzi il leitmotiv che percorre il reportage di Alberto Luppichini – giovane giornalista al suo primo libro – che ha composto sostanzialmente una specie di spartito in quattro tempi. Nel primo troviamo le avvisaglie, la chiusura e la riapertura dell’ospedale di Alzano, la mancata sanificazione, la zona rossa annunciata e mai costituita, con la testimonianza puntuale di Gessica Costanzo, direttrice di Valseriananews.it, un portale locale di notizie: l’assenza di quarantena e la mancata sanificazione – diversamente da quanto era accaduto a Codogno – furono le cause principali della deflagrazione del virus che colpì la città di Bergamo e le valli.  Il secondo tempo raccoglie le voci della valle: Nembro, Clusone, Fiorano al Serio, Valbondione con le loro storie di malattia, di dolore e di morte, di rabbia e frustrazione, ma anche di solidarietà e di speranza di rinascita. Il terzo tempo racconta delle voci della fede: il potente “argine contro la disperazione” rappresentato dalle chiese, le omelie dei preti di campagna, la loro dedizione, il loro pesante contributo in termini di malati e di vittime, la vicinanza alle persone più fragili e più sole dell’associazionismo cattolico, tradizionalmente molto presente in quella provincia. L’ultima parte è dedicata alle testimonianze degli operatori sanitari, i medici di base, i farmacisti, gli infermieri impegnati in “una corsa disperata contro il tempo”, veri e propri “medici in prima linea” (tra tutti Ariela Benigni, dell’Istituto Mario Negri, menzionata anche nei ringraziamenti finali), col racconto della scoperta dei sintomi, i tamponi, i ricoveri, le situazioni più critiche ma anche gli esiti positivi.

Adesso che la tempesta sembra passata e che la Bergamasca sembra quasi immunizzata dal virus, e comunque epidemiologicamente molto al di sotto di altri territori lombardi, la riconquista di una qualche forma normalità non dovrebbe andare a discapito della memoria, non per cercare vendetta, bensì esclusivamente chiarezza, conclude Luppichini, esprimendo anche in questa clausola lo spirito autentico di una popolazione orgogliosamente fiera e umilmente cristiana.

L’urlo di dolore: la Val Seriana nell’epidemia da Covid-19: le storie da non dimenticare, di Alberto Luppichini; prefazione di Vittorio Feltri.  Milano, Guerini e Associati, 2020. 150 p.